Venimous Viper – F-16 A dal kit Hasegawa in scala 1/48.

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Credo di poter affermare che, per tutti noi appassionati di volo e di aeronautica, il film Top Gun sia una pietra miliare delle nostre vite! Da quando ero bambino ho perso oramai il conto, non so neanche più quante volte io abbia visto quella pellicola. Gli anni sono passati ma il mio interesse per gli aerei “Aggressor” non è scemato anzi, si è rafforzato tramutandosi poi in un mio “pallino” a livello modellistico.

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Eccomi, quindi, per presentarvi la mia ultima fatica: una “Vipera” molto velenosa… un F-16 A del NSAWC.

 

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Qualche informazione in più sul soggetto:

Il Naval Strike and Air Warfare Center (NSAWC) ha sede sulla Naval Air Station di Fallon, nel Nevada. Esso è chiamato più comunemente “N-Sock” ed è il centro d’eccellenza per l’addestramento e lo sviluppo di nuove tattiche e tecnologie dell’U.S. Navy e dei Marines; Il NSAWC, come lo conosciamo oggi, è risultato dall’unione di tre reparti in uno: Il Naval Strike Warfare Center (già basato a Fallon dal 1984), la Carrier Airborne Early Warning School, e la famosa Navy Fighter Weapons School (la Top Gun) trasferitesi entrambe dalla celebre Naval Air Station di Miramar, in Florida, nel 1993. A oggi, gran parte dell’iter addestrativo riguardante il combattimento simulato e le tattiche di volo è svolto dalla Top Gun (attualmente inquadrata in un vero e proprio Squadron) che dispone di una vasta linea di volo comprendente svariati velivoli; tra questi, la scuola utilizza assiduamente nel ruolo di velivoli “Bandits” (avversari) quattordici F-16 A Block 15 destinati, inizialmente al Pakistan. La storia di questi Viper (come sono chiamati gli F-16 dai loro equipaggi – nomignolo che ha soppiantato del tutto il suffisso di fabbrica “Fighting Falcon”) è stata abbastanza controversa e travagliata, e ha avuto inizio nel dicembre del 1981 quando il Pakistan firmò un contratto con l’amministrazione statunitense per la fornitura di ben centoundici velivoli. A causa della decisione del governo pakistano di munirsi di ordigni nucleari nella corsa al riarmo contro l’India, gli USA posero un embargo allo stato asiatico bloccando immediatamente l’esportazione dei restanti settantuno velivoli ordinati e non consegnati. Di questi, ventotto erano pronti al momento della crisi con gli States ed essi furono destinati direttamente all’AMARC (Aerospace Maintenance And Regeneration Center) – il deposito a cielo aperto di Tucson, Arizona.

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Alla fine del 1998, dopo la rescissione dell’embargo contro il Pakistan per aver contribuito alla lotta contro il terrorismo internazionale, gli States restituirono parte dell’importo versato e saldarono il debito fornendo alla repubblica islamica ventiquattro nuovi F-16 Block 50/52. Dopo un periodo d’indecisione, nel 2002 l’amministrazione Bush acconsentì ad un programma di recupero che riportasse in condizioni di volo i vecchi F-16 A pakistani. Dei ventotto “conservati” presso l’AMARC, quattordici vennero destinati all’USAF mentre i restanti furono aggiornati allo standard Block 15 AM – OCU e immessi presso la Top Gun School di Fallon. Il soggetto da me scelto è l’esemplare numero 90-0947, codice individuale “56” – uno dei Viper NSAWC con la bellissima livrea a tre toni di grigio.

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Il kit:

Per riprodurre un F-16 A nella scala del quarto di pollice, le opzioni non sono molte. Tralasciando il vecchissimo Monogram (poi re inscatolato dalla Revell), la scelta può ricadere sui nuovi Kinetic (partendo dal kit 48011 ad esempio). A mio avviso, la soluzione migliore è scegliere lo stampo Hasegawa – con qualche anno sulle spalle e, certamente, meno aggiornato… ma che fa ancora bene il suo dovere. La scatola da me scelta è la numero V-1, una delle prime inserite in catalogo e datata 1987.

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Il contenuto si suddivide in tre stampate di Styrene color grigio chiaro con il classico dettaglio di superficie finemente inciso cui l’Hasegawa ci ha abituato da molti anni; in totale ci sono circa 109 pezzi. Chi mi legge da tempo conosce la mia propensione a utilizzare set in resina e aftermarket per migliorare i miei modelli e, anche questa volta, non ho disatteso la tradizione!

A corredo mi sono dotato dei seguenti articoli:

• Black Box – F-16 A Cockpit set.

• Aires – Wheel Bay (codice 4194) e Exhaust Nozzle (codice 4133).

• Cutting Edge – F-16 NSI Seamless Intake.

• Eduard – Exterior & Interior Details Photoetched Set (codici 48530 e 49276) e Express Mask (codice EX002).

• Eduard Brassin – Late Style Wheels Set (codice 648011)

• Master – Pitot e sensori AOA (Angle of Attack) in ottone tornito (codice 48008).

Dopo questa doverosa presentazione è tutto pronto per entrare nel vivo di quest’articolo passando a esporre tutte le fasi che mi hanno portato a mettere in vetrina questo bellissimo F-16.

Il Cockpit:

Come consuetudine i lavori hanno avuto inizio da una zona che, personalmente, reputo fondamentale: il cockpit. Quello fornito da scatola è, ovviamente, non all’altezza per un modello nella scala del quarto di pollice. Per la sua sostituzione ho optato per l’unica scelta disponibile, in altre parole l’aftermarket in resina della Black Box (oggi conosciuta come Avionix) che è l’unica (assieme alla CMK ma la qualità del suo accessorio è sotto le aspettative) a commercializzare un abitacolo corretto per la versione A del Viper. Purtroppo il set della Black Box non è per nulla facile da reperire, essendo in catalogo già da molti anni; la via più veloce per acquistarne uno è sicuramente E-Bay, ma potreste essere fortunati e trovarne delle copie ancora disponibili presso i negozi on line degli States. Le prime operazioni per adattare la resina al kit hanno determinato la totale asportazione della palpebra del cruscotto e di parte del pianale posto alle spalle del pilota, dove sono presenti anche i meccanismi cinetici per la chiusura del canopy. Per eliminare le parti originali in plastica mi sono avvalso della Trumpeter Razor Saw, una piccola seghetta da modellismo con tre lame intercambiabili di varia misura; lo strumento mi è tornato molto utile permettendomi dei tagli precisi senza il pericolo di rovinare le zone limitrofe.

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I pezzi in resina non sono molto precisi, in particolare, la palpebra che è leggermente più corta di un millimetro rispetto alla sua sede; per ovviare all’inconveniente ho aggiunto un paio di listelli di Plasticard da 0,5 millimetri nella parte terminale del glare shield allungandolo, di fatto, per fargli assumere le corrette dimensioni (foto qui in basso).

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Anche la vasca soffre di un sottodimensionamento abbastanza accentuato, ma a questo si può rimediare giocando un pochino con gli spessori delle paretine laterali da aggiungere ai lati dell’abitacolo. In pratica, basterà non assottigliarle troppo, in particolare alla base, e dare a entrambe un ingombro più pronunciato che possa colmare il vuoto lasciato dalla vasca stessa. Ovviamente, il ricorso a molte prove a secco vi sarà di grande aiuto per collocare tutti i pezzi nel modo più consono.

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Continuando ad analizzare gli interventi da eseguire sulla vasca, si è reso necessario anche l’assottigliamento e la riduzione di spessore di quest’area evidenziata nella foto:

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L’azione è atta a far assumere al seggiolino la tipica inclinazione di 30° rispetto all’asse orizzontale, posizione molto vistosa che caratterizza tutti gli ACES II montati sui vari Block del Viper. Ora qualche nota sul sedile: come ho già accennato qualche riga sopra, l’F-16 da me riprodotto è un Block 15, ma sottoposto all’aggiornamento OCU (Operational Capability Upgrade). Dalle foto presenti su Airliners.net (vero e proprio punto di riferimento per tutti i modellisti), si può notare come l’upgrade della cellula abbia riguardato anche il seggiolino, sostituito con una versione più recente montata su alcune serie di F-16 C/D. Quindi, per rispettare al massimo il realismo, ho preferito scartare l’ACES fornito dalla Black Box (riferito alle prime versioni e riconoscibile dall’imbottitura del cuscino con cuciture verticali) sostituendolo con una copia più moderna della Quickboost (codice prodotto 48002). Il nuovo seggiolino va comunque adattato aggiungendogli sul retro una piastra di rinforzo che, nella realtà, dà maggiore solidità alle rotaie di lancio e una sezione di rod circolare da un millimetro a riprodurre il cannone per l’eiezione. Ecco degli scatti:

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Anche la consolle centrale, che la ditta statunitense fornisce separata dal resto del cruscotto, mi ha creato qualche noia. Essa, infatti, non ha dei perni di riscontro da sfruttare, e il corretto allineamento è demandato alla pazienza che ogni modellista deve avere a sua disposizione. Personalmente ho eseguito tantissime prove a secco aggiustando di volta in volta la posizione in modo che il “pedestal” non pregiudicasse il corretto inserimento del seggiolino. A questo punto ho, finalmente, steso una mano di Light Ghost Grey F.S.36375 (Gunze H-308) su tutto l’abitacolo rifinendolo poi con il colore delle consolle laterali (Nato Black Tamiya XF-69) e aggiungendo qualche tocco di colore in rosso, giallo e grigio medio sui vari pulsanti e selettori.

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L’ACES ha la struttura e le cinture in Light Ghost Grey F.S. 37375, l’imbottitura per il busto in Dark Green Gunze H-64 mentre quella per la seduta è anch’essa in NATO Black Tamiya. Quest’ultimo colore è stato usato che per i cuscini rigidi del poggiatesta e per tutta la zona del porta paracadute dietro ad esso. Alcune targhette e cinghie prelevate dal set per gli interni dell’Eduard hanno alzato ulteriormente il livello di dettaglio.

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Per evidenziare meglio i dettagli e dare maggiore volume al “Pilot’s Office” sono ricorso prima a un lavaggio a olio in grigio scuro su tutte le superfici, poi alla tecnica del Dry Brush (eseguita con il grigio F.S. 36320).

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Presa d’aria, vani carrello e altri dettagli:

Le prese d’aria, nella maggior parte dei casi, rappresentano un vero e proprio incubo per tutti i modellisti che si dedicano ai jet moderni…. E il Viper non si sottrae da questa regola, anzi! Inizio subito col dire che l’intake dell’Hasegawa (ma, purtroppo, è un fattore comune a tutti i kit) ha una scomposizione abbastanza cervellotica e molto complessa per ciò che riguarda la stuccatura delle giunzioni. In pratica, una volta chiusa la strutta a “guscio”, arrivare in tutti i punti interessati al montaggio per lisciare le fessure è veramente difficoltoso. Per fortuna mi è venuta in soccorso, ancora una volta, la resina. Ho deciso di sostituire il tutto con l’aftermarket della defunta Cutting Edge che produceva una bellissima presa d’aria “seamless” (ovvero, senza giunzioni e tutta in un sol pezzo) con un condotto molto lungo e realistico. Reperire quest’accessorio non è stato semplice, poiché la produzione della Cutting è terminata già da qualche anno, ma girovagando sul provvidenziale E-Bay sono riuscito a trovare qualche appassionato con dei pezzi ancora disponibili. Prestate attenzione ad acquistarne la versione giusta: quella montata sul Viper oggetto di quest’articolo è la Normal Shock Intake (comunemente detta presa d’aria “bocca piccola”), quella con apertura di dimensioni ridotte.

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Un altro vantaggio, non da poco, è che la presa d’aria è stampata già in color bianco – accortezza che mi ha risparmiato un noioso lavoro di verniciatura nelle parti interne già molto strette. Nella foto qui in basso potete notare una piccola porzione di plastica evidenziata dal pennarello blu. Quella zona dovrà essere limata e abbassata di qualche decimo di millimetro per permettere al pezzo in resina di scivolare meglio nel suo alloggiamento e rimanere più in squadro possibile.

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Per evitare interferenze con l’unione delle due semi-fusoliere, ho limato e assottigliato almeno un millimetro di materiale dalla parte superiore del condotto. Con un’immagine si può intuire meglio (la zona interessata è quella in rosso):

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Da alcune prove d’inserimento fatte, mi sono accorto del sottodimensionamento delle due alette che convogliano lo strato limite all’interno della fusoliera. Per fargli riprendere le giuste proporzioni ho aggiunto due pezzi di Plasticard opportunamente ritagliati e incollati:

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Terminata la lavorazione sulla presa d’aria, mi sono dedicato all’adattamento del pozzetto carrelli posteriore del set Aires. Quello anteriore è stato, purtroppo, scartato per l’impossibilità di adattarlo all’intake seamless dove gli spessori del condotto interno sono troppo sottili per inserire il blocco in resina fornito dall’Aires. La prima operazione ha riguardato la totale asportazione della plastica originale del kit e le prove a secco per verificare gli ingombri della wheel bay prodotta dalla ditta ceca; con mia sorpresa mi sono accorto che il pezzo era più corto di almeno un millimetro in senso longitudinale, e che lo stesso lasciava una fessura abbondante rispetto alla fusoliera. Per risolvere l’inconveniente ho agito come mostrato nelle immagini sottostanti:

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In pratica ho incollato il pozzetto centrandolo nella sua posizione con quanta più precisione possibile e limitando parzialmente il gap; fatto ciò, ho aggiunto dei listelli di Plasticard nella parte interna incollando il tutto con una corposa quantità di Attack, e stuccando con largo utilizzo di Milliput sia dall’esterno, sia dall’interno. Altro intervento necessario è stato quello di creare un invito nella base del pozzetto per permettere alla presa d’aria di innestarsi nella fusoliera. Ovviamente i due aftermarket (il Cutting Edge e l’Aires) non sono ideati per coesistere contemporaneamente nello stesso modello per questo, mediante carta abrasiva a grana grossa (va bene dalla 400 in giù), ho ricreato quella svasatura che potete vedere in foto su cui si è adagiato il condotto dell’intake.

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Studiando la documentazione in mio possesso (in particolare il libro della DACO, una vera e propria Bibbia!), mi sono accorto che l’F-16 è ricco di dettagli facilmente visibili anche in scala. Contro ogni mia aspettativa, ho passato molte ore a riprodurre particolari che, alla fine del modello, gli hanno dato quel tocco di realismo in più. Tra questi piccoli interventi posso annoverare l’apertura delle due griglie dell’APU e del sistema di raffreddamento del circuito idraulico, poste rispettivamente a destra e a sinistra del troncone posteriore della fusoliera. Ho preferito forare la plastica con un trapanino a mano in modo di avere maggiore sensibilità e delicatezza; i bordi delle aperture sono state, poi, rifinite manualmente con una limetta da unghie, mentre internamente la plastica è stata assottigliata usando una fresa montata su un trapanino elettrico. Per simulare le griglie metalliche ho utilizzato un pezzo di tulle riciclato da una bomboniera, e incollato all’interno con due gocce di Attack Gel.

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Rimanendo in questa zona del modello, mi sono accorto di alcune omissioni dell’Hasegawa nell’incisione di due pannelli presenti sul lato destro della carlinga; mancano, infatti, due sportelli: quello a ridosso del pozzetto carrelli principale è d’ispezione per il sistema idraulico dei freni di riserva, quello verso la coda contiene l’indicatore per il livello dell’olio del motore. Ho reinciso le pannellature corrette con uno scriber e l’ausilio delle provvidenziali dime Verlinden… pochi minuti e il gioco è fatto. Per pulire e rendere più precise le incisioni, ho steso su di esse una pennellata veloce di Tamiya Extra Thin Cement lasciando asciugare bene il tutto e, soprattutto, senza toccare la plastica con alcuno strumento.

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La volata del cannone inclusa nel kit è del tipo utilizzato sui primissimi esemplari. Quella montata sull’esemplare da me preso come riferimento, è del tipo più tardo con due sole feritoie (nel pezzo originale sono otto, quattro davanti alla bocca, quattro immediatamente dietro). Di queste otto apertura ho lasciato “libere” solamente quelle che vedete in foto, riempiendo le restanti con il Tamiya Basic Putty.

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Spostando le mie attenzioni verso la coda del modello, ho corretto e reso più realistiche le luci di navigazione poste alla base della deriva; così come sono stampate dalla ditta giapponese sono totalmente errate, per questo ho forato la plastica mediante un trapanino a mano e ricreato la parte trasparente con una sezione di sprue di recupero. I due vetrini sono stati incollati con colla cianacrilica, carteggiati per portarli alla giusta misura e lucidati con pasta abrasiva. Dalla parte interna ho spennellato del bianco opaco per simulare il colore neutro delle luci stesse (in foto è arancione per mettere in risalto l’intervento eseguito).

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Prima di procedere con l’unione delle due semi-fusoliere, ho tagliato via gli aerofreni facendo riferimento alle linee guida già incise sul modello. Per separare i quattro pezzi ho utilizzato un seghetto in fotoincisione che garantisce dei tagli precisi senza il rischio di rovinare o asportare troppa plastica.

 

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Il montaggio:

Come già detto in precedenza, lo stampo Hasegawa non è certo un prodotto nuovo e realizzato con le ultime tecnologie. Nonostante gli oltre venti anni che esso ha sulle spalle, la precisione degli incastri è tuttora molto buona; ci sono però dei punti critici che vanno affrontati con un pizzico di attenzione in più… vediamo quali.

Unione ali-fusoliera: le semi-ali sono scomposte, rispettivamente, in due parti ma il loro assemblaggio non presenta grosse difficoltà di sorta. Qualche noia in più arriva nel momento in cui vanno unite alla fusoliera poiché esse formano una fessura abbastanza pronunciata e, in alcuni punti, uno scalino rispetto al raccordo alare. Aggiungo che, proprio in corrispondenza della linea di giunzione, sul velivolo reale corre una pannellatura molto visibile che, per questo, va assolutamente riprodotta. Personalmente ho preferito utilizzare l’Attack sia come collante, sia come stucco, impiegandone un’abbondante quantità per garantire un incollaggio forte. Una volta secco, ho lisciato il cianacrilico con carta abrasiva grana 600 appianando, nello stesso tempo, anche gli scalini sopra citati; ovviamente, la carteggiatura ha comportato l’asportazione forzata di parte del dettaglio di superficie che in quel punto è ricco di rivettature (ripristinate, poi, con molta pazienza e l’aiuto di un Rivet Maker dell’Hasegawa).

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Unione radome – fusoliera: Altra zona con delle criticità è quella del radome. Accostandolo alla fusoliera, infatti, si nota subito come questo rimanga fuori squadro in particolare nella parte inferiore e in quella immediatamente davanti all’abitacolo. Riportarlo alle giuste dimensioni non rappresenta una difficoltà insormontabile, anzi, basta una passata di carta abrasiva e un po’ di stucco per livellare il tutto. Il problema sorge quando, a causa della carteggiatura del pezzo, gran parte delle linee in rilievo che rappresentano gli scaricatori di elettricità statica, spariscono inevitabilmente. Questi dettagli sono fondamentali e caratterizzano il muso del Viper in maniera inequivocabile e, per ricostruirli, ho utilizzato materiali di recupero facilmente reperibili; mi sono dotato, infatti, di un rocchetto di filo da pesca da 0,16 millimetri (lo trovate anche nei negozi Decathlon al prezzo irrisorio di 1,50 €) tagliandone degli spezzoni di opportuna misura.

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Le sezioni di filo sono state, poi, incollate sul radome utilizzando la colla Tamiya Extra Thin Cement che asciugandosi non lascia tracce e non crea anti estetici spessori. Avverto tutti i lettori che questa fase è molto delicata sia per il difficile allineamento dei dissipatori autocostruiti, sia per lo scarso potere adesivo della colla Tamiya che impiega qualche minuto ad asciugarsi e che mi ha costretto a tenere i pezzi di nylon in posizione “forzata” per lungo tempo (allo scopo mi sono aiutato con una pinzetta appuntita) con il rischio che questi si potessero spostare dal punto voluto. Ad ogni modo, con un po’ di pazienza e molta attenzione si ottiene un lavoro pulito che a modello concluso farà parecchia scena.

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La zona del musetto è stata ulteriormente dettagliata con l’aggiunta delle piastre per i sensori dell’Angle of Attack (angolo di attacco) completamente tralasciate dall’Hasegawa, e con l’aggiunta di un rinforzo posto proprio davanti alle antenne Radar Warning montate sotto all’abitacolo. Entrambi i dettagli sopra citati sono stati riprodotti con del nastro d’alluminio adesivo impiegato nelle riparazione idrauliche.

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Prima di aggiungere la deriva (in seguito stuccata con il Milliput) occorre adattare l’anello di raccordo del propulsore Pratt & Whitney; quello fornito in resina dall’Aires è, purtroppo, sovradimensionato di qualche decimo di millimetro e forma uno scalino abbastanza netto. Quindi, per prima cosa, con una limetta da unghie ho assottigliato sommariamente il terminale della fusoliera: Fatto ciò, ho incollato il pezzo in resina con lauto impiego del solito cianacrilico formando anche un “cordolo” sopra la giunzione per utilizzare la colla come stucco. In seguito ho carteggiato accuratamente il tutto arrivando a impiegare anche la carta abrasiva grana 400 per pareggiare tutti i dislivelli. Quello che vedete in foto è il risultato dopo aver rifinito la zona dello scarico con compound per la lucidatura della plastica.

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Ultimi dettagli:

Con il montaggio in pratica concluso, mi sono dedicato all’aggiunta degli ultimi dettagli presenti sul modello. Nella parte inferiore, ho montato il pezzo fotoinciso che rappresenta lo scarico dell’ECS (Environment Condition System) – il sistema di condizionamento climatico dell’abitacolo (freccia rossa). Poco più avanti è presente un piccolo sfiato rinforzato da una piastra metallica (freccia gialla); l’ho riprodotto forando con attenzione la superficie in resina (per evitare di bucare e far fuoriuscire la punta nel condotto della presa d’aria) e aggiungendo un rettangolino del solito nastro d’alluminio adesivo.

All’interno del pozzetto carrello anteriore ho sistemato un altro pezzo in fotoincisione prelevato dal set Eduard 48530 che ha aumentato il realismo dei vari longheroni e correntini presenti all’interno del wheel bay.

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Ho incollato il pitot in ottone tornito della Master stuccandolo con un limitato impiego del Tamiya Basic Putty. Lasciatemi spendere due parole di lode per quest’accessorio: estremamente ben fatto, economico e con un livello di realismo incredibile – ve ne consiglio l’acquisto vivamente anche perché nella confezione trovate le due sonde del sistema AOA che sono di una finezza incredibile!

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Nell’abitacolo ho inserito alcuni cavetti in stagno di opportuna misura, atti a simulare le tubazioni idrauliche del sistema di sollevamento del canopy. Oltre a questi particolari, ho prelevato alcuni pezzi dalle sopracitate fotoincisioni Eduard tra cui la guarnizione di ritenuta del canopy presente sul frames della fusoliera. Fatto questo ho potuto, finalmente, completare la verniciatura dell’abitacolo spruzzando sulle zone ancora “vergini” del nero opaco. Sempre in fotoincisione le antenne Tacan e UHF presenti sotto il muso e le griglie dei Chaff / Flare in coda.

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Giudicandole anti estetiche e fuori scala, ho eliminato del tutto le luci di navigazione poste sui lanciatori alle tip alari e sulla sommità della deriva, con l’intenzione di riprodurli durante gli step finali del modello… più avanti vi spiegherò come fare. Prima di procedere alla verniciatura ho affrontato quello che, convenzionalmente, è l’ultimo gradino del montaggio: l’aggiunta dei trasparenti. Nel kit sono presenti due tipi di vetrini, uno neutro (clear) e uno fumè. Per la parte fissa del canopy, in accordo con la documentazione, ho prelevato il pezzo clear; per la parte mobile, il fumè. Quest’ultimo presenta un anti estetico segno di estrazione proprio al centro della calotta (difetto comune in tutti i kit Hasegawa), eliminato mediante le lime della Squadron che hanno diversi poteri abrasivi. Per ridare la giusta brillantezza al canopy l’ho dapprima lucidato con il Tamiya Rubbing Compound (usando i tre prodotti uno dopo l’altro – Coarse, Fine e Finish), poi rifinito con una completa immersione nella cera Future che ha dato una finitura “effetto cristallo”. La parte fissa dei trasparenti è stata incollata con ciano acrilico e stuccata col Tamiya Basic Putty cercando di non rovinare troppo la trasparenza del pezzo. Niente paura se dovesse sfuggirvi la mano graffiandolo! Basterà adottare lo stesso metodo (compound più Future) sopra descritto.

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Verniciatura:

Ed eccoci alla fase, senza dubbio, più divertente della costruzione – la verniciatura. Prima di entrare nel vivo della spiegazione è necessaria una premessa: per riprodurre il camouflage a tre toni di grigio dei Viper NSAWC è necessario munirsi del foglio decal numero 48150 della Two Bobs.

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Nel momento in cui ho iniziato ad attuare la mimetica sul modello, confrontando le foto dei velivoli reali con lo schema proposto nel foglio istruzioni dalla ditta americana mi sono accorto di notevoli imprecisioni. Per questo motivo ho preferito tralasciare completamente le indicazioni fornite dalla Two Bobs e ricreare le macchie basandosi solamente sulla documentazione in mio possesso. Fin quando si tratta delle superfici superiori è facile intuire l’andamento… i problemi arrivano quando bisogna disegnare la mimetica delle superfici inferiori che scarseggiano di un’adeguata conferma fotografica. Ag ogni modo, con molta pazienza, nelle immagini sottostanti vedete quello l’andamento, più o meno fedele, che sono riuscito a ricostruire:

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Come primo colore ho steso il 36375 della Gunze (H-308), evitando di estenderlo a tutto il modello per non riempire troppo le sottili pannellature del kit. Il secondo colore, in ordine, è stato il 36270 della Gunze (H-306) cui ho aggiunto poche gocce di Gunship Grey F.S. 36118 per aumentare il contrasto con il grigio chiaro che, altrimenti non avrebbe avuto un effetto realistico. Per ultimo ho steso il grigio scuro: la Two Bobs indica per questa tinta il Gunship Grey F.S. 36118 ma, dopo alcune prove da me eseguite, ho notato che il colore in questione non si avvicinava granché alla tonalità vera. Per questo, dopo alcuni mix tra vernici a disposizione nel mio magazzino, ho trovato un buon compromesso partendo da una base di venti gocce di German Grey Tamiya (XF-63) e tre/quattro gocce di Gunze H-308 F.S. 36375. Anche questa volta ho utilizzato il Patafix per separare i vari colori, ottenendo delle sfumature precise e perfettamente in scala.

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Weathering:

Con la verniciatura ultimata mi sono dedicato all’invecchiamento del modello che, oltre a dargli un’aria vissuta e più realistica, mi ha permesso di volumizzare un po’ le linee del modello. Pur essendo dei velivoli Aggressor, gli F-16 basati a Fallon presentano comunque un grado di usura molto interessante (anche perché i velivoli, solitamente, non sono ricoverati in shelter ma lasciati spesso all’aperto). Basandomi sulla foto qui sopra, ma cercando sempre un compromesso che potesse risultare bene anche in scala, ho schiarito senza uno schema fisso il centro delle pannellature insistendo molto sulla deriva e sul dorso del velivolo. Per ricreare questo weathering mi sono avvalso della tecnica del Post Shading, desaturando i colori originali con del bianco in varie proporzioni e applicandola solo sulle superfici superiori, quelle effettivamente interessate al fenomeno dell’invecchiamento a causa dell’esposizione alla luce solare diretta. Così facendo ho anche ottenuto l’effetto “sbiancato” tipico delle vernici lasciate al sole e alle intemperie per parecchio tempo. Solamente nel caso del grigio scuro non ho impiegato il bianco per “tagliare” la tinta originale, preferendogli un grigio più chiaro (il 36270 può andare bene).

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Dopo questa prima fase, ho steso su tutto il modello tre/quattro mani di trasparente lucido acrilico della Tamiya molto diluito; quest’accortezza è servita per proteggere la verniciatura sottostante e preparare il fondo ai lavaggi. Questi ultimi li ho eseguiti con tre tinte differenti di colori a olio allungati con il diluente Humbrol (che asciuga rapidamente e non emette odori troppo sgradevoli): sul 36375 e sul 36270 ho utilizzato un grigio medio (una nocciolina di Bianco di Marte con la punta di uno stuzzicadenti bagnata con del Nero Avorio, entrambe della Maimeri), sul grigio scuro ho preferito un grigio più chiaro ma senza esagerare ed evitando un “effetto piastrellato” sul modello. Il washing è stato esteso anche ai pozzetti carrello (in precedenza verniciati in bianco opaco e lucidati con il trasparente acrilico assieme al resto del modello) ma, in questo caso, ho diluito ancora di più il colore a olio in modo da farlo scorrere per capillarità nei dettagli del pozzetto Aires. A questo punto, altre due mani del solito Clear Tamiya ha aperto la strada alla posa delle decalcomanie.

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Le decal:

Le decalcomanie, come già detto qualche riga sopra, sono realizzate dalla Two Bobs. La loro qualità è buona, con spessori di stampa molto contenuti e un ottimo potere adesivo. Personalmente le ho trattare con i liquidi ammorbidenti della Microscale costatando una discreta reazione al trattamento. Qualche appunto si può muovere alla fedeltà di riproduzione delle insegne: purtroppo, probabilmente per contenere i costi, i colori dei codici e delle scritte “NSAWC” non sono molto fedeli a quelli reali e, inoltre, le dimensioni delle coccarde da apporre in fusoliera (sotto la deriva) sono un po’ troppo ridotte. In ogni caso bisogna accontentarsi poiché il foglio della ditta di Bob Sanchez è l’unico disponibile per realizzare in scala gli F-16 della NAS Fallon. Il lavoro, comunque, scorre veloce grazie anche alla limitata quantità di decal da apporre. Per proteggerle e per livellare gli spessori delle decalcomanie ho steso, su tutto il modello, l’ultima mano di Clear Tamiya; esso, però, ha attenuato un po’ troppo l’effetto del post shading, per questo ho ricaricato nuovamente l’aerografo con i colori in precedenza desaturati, ed ho ripassato ancora una volta il centro dei pannelli. In questo passaggio ho preferito diluire ancora di più le vernici (praticamente al 90% e, in alcuni casi anche con un rapporto 1:1 vernice/diluente) per ottenere delle macchie ancora più sfumate e perfettamente integrate al resto della mimetica.

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Lo scarico motore:

Lo scarico del motore Pratt & Whitney F-100 è, a livello modellistico, un vero incubo! I petali reali, causa le alte temperature, assumono colorazioni particolari che variano molto rispetto alla luce che li colpisce. Per trovare una soluzione realistica al problema della verniciatura ho speso molto tempo scartando parecchie idee (anche perché l’aftermarket in resina dell’Aires è talmente bello e dettagliato da meritarsi un trattamento di riserbo); alla fine, dopo vari esperimenti, ho usato il metodo che segue. Per prima cosa ho verniciato l’interno dell’exhaust con del bianco opaco per simulare il materiale ceramico con cui è rivestito.

 

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Dopo di che, ho steso sui petali una prima mano di Steel dell’ALCLAD – un colore abbastanza scuro che servirà anche per ricreare le zone di retrazione dei petali stessi. Alla successiva fase di mascheratura ha fatto seguito una passata di un mix di 20% Steel e 80% Pale Burnt Metal; contrariamente a quanto scritto e detto in giro per il web da altri modellisti, ho sperimentato con successo la miscela di due colori ALCLAD ottenendo un buon risultato. L’unica accortezza è di agitare bene e spesso il composto altrimenti i pigmenti metallici contenuti nella soluzione tendono a separarsi. Ad ogni modo la nuova tinta ottenuta dal mix risulta ancora troppo scura e, per questo, ho diluito in acetone (con percentuale del 50% – va benissimo anche quello da unghie) il Pale Burnt Metal stendendolo in velate leggere sopra a tutto lo scarico. Quest’ultimo passaggio mi ha permesso di centrare in pieno la caratteristica tonalità “giallognola” del P&W F-100 e, inoltre, cogliere anche il cambio di colore in base alla luce ambientale (se si sposta sotto a una luce diretta lo scarico in resina si ottiene uno scurimento del colore, proprio come nella realtà). I

 

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Il condotto del reattore vede stampato, sul terminale esterno, anche l’anello in titanio: il primo è stato verniciato, all’interno, con il bianco usato in precedenza e poi sporcato con un lavaggio in Bruno Van Dyck e Tamiya Weathering Set (i gessetti). Il secondo è stato colorato con un fondo in White Alluminiun Alclad cui, sopra, è stato aggiunto un leggero strato di Clear Blue ALCLAD per ottenere il caratteristico colore blu dovuto alla brunitura del metallo.

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Il metodo dei lavaggi e dei gessetti sopra descritto l’ho attuato anche nella parte interna del sistema di retrazione dei petali conseguendo un risultato che ben si accosta alla realtà. Le piccole scritte di servizio “No Step” in rosso provengono da un foglio dell’Afterburner Decals.

Il pod ECM AN-ALQ-167:

L’AN-ALQ – 167 è un pod per contromisure elettroniche da svariati anni in servizio presso l’U.S. Navy e i Marines. Essendo questo un sistema ECM già sorpassato, non è più in servizio di prima linea ma svolge ancora il suo ruolo tra le fila del NSAWC; viene utilizzato, in particolar modo, proprio dagli F-16 Aggressor per disturbi elettronici durante gli addestramenti sui poligoni e nelle esercitazioni quando questi assumono il ruolo di “Bandits” (avversari). Nella scala del quarto di pollice il pod non è, attualmente, riprodotto. Ne esiste uno in plastica contenuto in una delle prime scatole Monogram dedicate al Tomcat, ma esso è poco dettagliato e rappresenta una versione mai impiegata dai Viper Aggressor. Visionando le foto a mia disposizione ho notato che l’AN-ALQ-167 è un dispositivo frequentemente utilizzato, e l’idea di dotarne il mio F-16 mi ha subito preso. Non nascondo che mi piace complicarmi la vita… la sua autocostruzione mi ha portato via un bel po’ di tempo, ma devo ammettere che è stata fonte di grande soddisfazione! Partendo dal presupposto che il pod, in scala 1/48, misura 7,1 centimetri di lunghezza e 5,3 millimetri di diametro, mi sono messo alla ricerca di un profilato plastico a sezione tonda purtroppo con scarsi risultati. La plastica è il materiale ideale per il tipo di lavorazione di cui sto parlando in queste righe… siamo abituati a lavorarla e si presta bene al tipo di lavorazione di cui sto parlando in queste righe. Mio malgrado, ho ripiegato su un tondino di legno che, se non altro, rispettava le proporzioni quasi alla perfezione. Passo ora a elencarvi tutte le operazioni fatte:

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Per prima cosa ho tagliato a misura il pezzo in legno e l’ho montato sul mandrino di un trapano a colonna per ricreare un primo abbozzo delle ogive presenti sia sul muso, sia in coda. Il materiale ligneo in eccesso è stato asportato con l’aiuto di carta abrasiva grana 300 e una lima. Dopo la prima fase di sgrossatura, ho dato una forma più appuntita alle ogive cercando di rispettare quanto più possibile la forma reale delle stesse.

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Mediante del rod a sezione circolare con diametro 0,5 millimetri, ho ricreato le due cinture che tengono unite le suddette ogive al resto del pod. Per incollare il profilato ho impiegato la solita colla cianacrilica. La piastra del sistema di aggancio al pilone (quella in posizione centrale) è il risultato dell’unione tra due listelli di plastica a sezione quadrata, poi lavorati a colpi di lima per smussare gli angoli e fargli assumere la forma più consona. Il tutto è stato poi raccordato al resto del corpo con dello stucco, e poi lisciato.

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A questo punto ho curato tutti i rimanenti dettagli: alle rispettive estremità sono presenti due piccole prese d’aria che raffreddano i circuiti elettronici; per riprodurle ho usato del lamierino di rame sottile opportunamente ritagliato e piegato con una piega-fotoincisioni per ottenere degli angoli a novanta gradi. Allo stesso tempo ho aggiunto le piastre dove andranno incollate le antenne (prelevate dal set della Wolfpack riguardante il pod ALQ-188) e le alette stabilizzatrici (rifatte in Plasticard).

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Per eliminare le venature del legno e ottenere una superficie perfettamente liscia, ho steso sul pezzo due/tre mani di Mr.Surfacer 500 della Gunze; dopo aver atteso l’asciugatura di ogni strato, ho lucidato il primer con della carta abrasiva grana 2000 e del compound ottenendo una finitura quasi a specchio!

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A questo punto il pod sarebbe pronto per la verniciatura e per essere alloggiato sotto il pilone sub-alare ma, per eliminare tutti i difetti dell’autocostruzione e rendere il tutto più solido, ho preferito utilizzare il pezzo in legno come master per creare uno stampo in gomma siliconica e ottenerne una copia in resina.

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Questo che vedete è il risultato finale dopo aver completato il pod con tutti i suoi elementi e averlo verniciato in Flat Blue XF-8 Tamiya, ad eccezione del muso in Light Grey F.S.36375.

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Andando avanti con i lavori mi sono accorto dell’inadeguatezza dei piloni forniti nel kit. Quelli stampati dall’Hasegawa, infatti, sono del tipo utilizzati sui primi Block costruttivi dell’F-16 A, mentre quelli effettivamente utilizzati dai Viper NSAWC sono del tipo più tardo (usati sulla variante C, ad esempio) che prevedono gli “sway braces” (i braccetti che stabilizzano i carichi esterni in volo) inglobati all’interno di una carenatura. Ho immediatamente scartato l’ipotesi si autocostruire anche questo componente… la mia voglia e la mia concentrazione erano già state messe a dura prova dall’ALQ-167! Per questo ho preferito prelevare un “pylon” da un kit Kinetic, aggiustarne le dimensioni, aggiungervi due perni di riscontro e copiare anch’esso in resina.

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Gli altri carichi esterni:

Quando si tratta di velivoli Aggressor, non ci si può sbizzarrire più di tanto con armamenti vari. Per questo motivo, dai Weapons set C e D dell’Hasegawa ho prelevato un pod ACMI (Air Combat Manouvering Istrumentation), e un AIM-9 L da trasformare in un pod CATM-9. La conversione) non comporta interventi invasivi: un CATM-9 (Captive Air Training Missile) altro non è che un Sidewinder svuotato di tutto il suo contenuto bellico (carica esplosiva e testata di ricerca IR) per far posto a tutta una serie di sensori per la registrazione dei dati di volo. I due pod sono stati verniciati, rispettivamente, in Flat Red Gunze H-13 (escludendo la parte iniziale in Flat Black) e in Flat Blue Tamiya XF-8 (ad eccezione della testata in F.S.36118 e delle alette in Flat White). Le scritte di servizio e i Serial Numbers provengono dal foglio Two Bobs 48172.

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Al pilone ventrale ho sistemato il serbatoio supplementare supersonico; quello da scatola è stato dettagliato con l’aggiunta delle due piastre di rinforzo applicate sopra alle saldature (ricreate con striscioline di nastro Tamiya), della valvola di sfogo per la pressione interna del carburante e delle bullonature nella parte posteriore (dei tondini di Plasticard ottenuti con una fustellatrice).

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Montaggio Finale:

Si avvicina il momento, tanto atteso, di mettere il modello in vetrina! Ho, quindi, dettagliato le gambe di forza dei carrelli dotandole delle tubazioni idrauliche rifatte con filamento di stagno. Sempre con questo materiale ho aggiunto dei cavi anche all’interno del pozzetto carrello anteriore, e ho modificato il relativo portellone in resina asportando da esso le due piccole scatolette stampate sul frontale; esse riproducono i fari d’atterraggio montati solamente dalla versione C e, perciò, assenti sull’F-16 A oggetto di quest’articolo.

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All’interno dei frames del canopy ho incollato alcuni pezzi in fotoincisione prelevati dal set Eduard numero49276 (i ganci di ritenuta della calotta, l’unico specchietto retrovisore e due maniglie), aggiungendo anche l’Head Up Display sulla palpebra del cruscotto.

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All’interno della presa d’aria ho aggiunto la lama del sistema anti-ghiaccio (in Flat Black) alla cui base c’è uno stencil d’attenzione che riporta la scritta “HOT”; quest’ultimo proviene dal foglio dell’Afterburner Decals numero 48016.

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Una mano finale di trasparente opaco Gunze H-20 ha dato la giusta finitura a tutto il modello e, conseguente a essa, ho potuto ricreare le luci di navigazione di cui avevo fatto cenno qualche riga sopra. Per rispettare la scala, queste sono state ricavate da un foglio di acetato dell’Evergreen dallo spessore di 0,3 millimetri, e da cui ho ritagliato dei piccoli rettangolini. Le “navigation lights” alle tip alari sono color ambra (personalmente ho usato una vernice arancione per pittura su vetro), mentre quella posta alla sommità della deriva è neutra. Il tocco finale l’hanno dato i dissipatori di elettricità statica montati sul bordo d’uscita alare, dei piani di coda e dell’impennaggio. Sul mio modello l’ho ricreati con lo stesso filo da pesca utilizzato per la lavorazione sul radome.

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Conclusioni:

Devo ammettere che un F-16, seppur inflazionato e troppo spesso riprodotto in scala, non può mancare nella collezione di ogni modellista. Per fortuna, la sua grande diffusione su scala mondiale gli permette di vestire livree sempre diverse e sempre più accattivanti facendolo risultare un soggetto sempre interessante! Personalmente, nel mio magazzino di scatole in attesa di “attenzioni”, ci sono ancora una decina di Viper… di sicuro, una buona percentuale di questi riceverà ancora una volta le bellissime mimetiche degli Aggressor! Buon modellismo a tutti.

Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

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5 COMMENTI

  1. Ciao Valerio,

    bell’articolo e bel modello. Come ti hanno già detto durante il WIP lo scarico è davvero spettacolare. Complimenti!

    microciccio

  2. Ciao. Complimenti davvero per il tuo lavoro, sono basito.
    Io da 10 anni circa modello più che altro kit robotici assemblabili ed ho montato solo uno che non lo è (Mole della serie Thunderbirds).
    Visto che ultimamente voglio completarmi come modellista volevo fare il mio primo caccia e ho preso un economico F-16B Matchbox.
    Io che sono abituato all’assemblabile ho la febbre solo a vedere pezzi che si devono incollare e allineare O_O però ci proverò.
    Qualche consiglio per principiante o mi potete passare una guida?
    Grazie

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