Double Nuts – F/A-18 C dal kit Hasegawa in scala 1/72.

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Ci sono delle cose che ogni essere umano deve fare, almeno una volta nella sua vita. A chi viene l’idea di visitare le Piramidi d’Egitto… a chi di scalare l’Everest… a me è venuto in mente di costruire un bel F-18! Lo so, sono nella fase terminale di una malattia rara chiamata “modellismo”, ma l’Hornet è proprio uno di quei soggetti che non può mancare nella vetrina di ogni appassionato che si rispetti. Dal progetto teorico a quello pratico sono passati pochi attimi, perché fortunatamente al famoso calabrone della McDonnel Douglas (ora assorbita dalla Boeing) è riservato un vasto catalogo di scatole e aftermarket commercializzati dalle più disparate ditte. La mia scelta è quindi caduta sul kit numero 00674 dell’Hasegawa, convinto che il suo buon nome fosse sinonimo di qualità e dettaglio anche per questa scatola. Mi sbagliavo di molto, e continuando a leggere capirete anche il perché. Conoscendo il classico stile della marca giapponese, già immaginavo che l’abitacolo fosse la zona più trascurata del modello e per questo mi sono procurato il vetusto set numero 591 della Verlinden: quest’ultimo non è di certo il meglio che si possa trovare oggi sul mercato, ma fornisce dei buoni pezzi (sia in resina sia in fotoincisione) con un rapporto qualità/prezzo invidiabile.

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Come di consueto le mie fatiche hanno avuto inizio dallo scarno cockpit che è stato subito completato con le fotoincisioni Verlinden. Come correttamente riportato anche dalle istruzioni, le consolle laterali (che in originale sono davvero troppo sottili) richiedono essere maggiorate nel loro spessore incollando a sandwich due rettangolini di plasticard sagomato a misura. Dietro al sedile è presente un vano avionica che l’Hasegawa consiglia di chiudere prontamente con il pezzo D-12, ma che in realtà è molto ben visibile. Ho quindi ricostruito totalmente l’Hell Hole (com’è chiamato in gergo da piloti e specialisti), sfruttando le provvidenziali fotoincisioni e usando come pavimento il menzionato pezzo D-12; nello scasso sono presenti varie scatole della strumentazione, tubature idrauliche e il circuito di condizionamento della cabina, il tutto ricreato con pezzi di plasticard di vario spessore e fili di rame cannibalizzati da materiale elettrico. Ottimo durante questa fase (e non solo) il volume edito dalla DACO dal titolo “Uncovering the Boeing F/A-18” ricco d’immagini che ricoprono un notevole interesse modellisticamente parlando. Il cruscotto è anch’esso fotoinciso, ma è stato incollato sulla base (ovviamente liscia) dell’Hasegawa e sfruttando le decalcomanie fornite dalla scatola adattate con un abbondante bagno nel Micro Sol della Microscale per donare un aspetto “painted on” alla strumentazione. Il risultato finale è molto realistico. Lo pseudo seggiolino in dotazione al modello è stato scartato senza pietà alcuna e sostituito con quello presente nel Verlinden che, da solo, vale l’acquisto di tutto il set. Il cockpit è stato verniciato in Gray F.S. 36270 ad eccezione delle consolle laterali che sono in nero opaco, ma che ho preferito dipingere in Tyre Black H-77 della Gunze per de saturare il colore e rendere meglio l’effetto scala. Il cruscotto e l’Hell Hole hanno lo stesso grigio già utilizzato, mentre il sedile Martin Baker SJU-5/A ha la struttura in nero opaco e lo schienale con le cinture di sicurezza in Dark Green H-64. L’intera zona è stata sottoposta a un lavaggio col Bruno Van Dyck a olio molto diluito con acquaragia, e in seguito completata con un abbondante dry brush in grigio chiaro per esaltare e lumeggiare tutti i particolari.

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La mossa successiva ha riguardato il dettaglio dei montanti del cockpit, per cui la Verlinden fornisce un complesso sistema di fotoincisioni da piegare a misura e incollare all’interno. Dopo svariate prove a secco sono arrivato alla conclusione che la soluzione della ditta belga è davvero poco attuabile, (soprattutto in scala 1/72) quindi ho preferito utilizzare il pezzo da scatola (B-14) e arricchire il tettuccio con qualche particolare in ottone che potesse essere posizionato senza il rischio di rovinare il trasparente. Ovviamente le operazioni di fissaggio hanno comunque comportato qualche graffio e sbavatura, ma per ovviare all’inconveniente è stato sufficiente immergere il canopy nella provvidenziale cera Future. Superato il primo scoglio, ho iniziato la fase di montaggio vera e propria… e qui sono arrivate le molte note dolenti. L’Hasegawa, come da tradizione, ha scomposto il modello in modo veramente cervellotico e la parte che ne risente di più sono le prese d’aria del reattore. Se poi aggiungiamo che lo stampo in oggetto soffre di un’età di almeno dieci anni, bè… il mix è completo! Armatevi quindi di tanta pazienza è una buona dose di stucco: partiamo dal cono del radar che presenta uno scalino abbastanza accentuato, come del resto anche la giunzione tra la valva superiore e quella inferiore della fusoliera proprio all’altezza del muso. L’unico rimedio è una carteggiatura a fondo che pareggi i componenti, anche se il rischio è di veder cancellate tutte le pannellature incise in negativo (come da me sperimentato). Le famose prese d’aria sono divise in tre elementi, ed anche loro non spiccano sicuramente per precisione nell’assemblaggio. L’unico consiglio che mi sento di dare è di seguire le istruzioni ed eseguire innumerevoli prove prima di incollare tutto. Le ali non presentano difficoltà di sorta e s’incastrano con relativa semplicità, le derive al contrario vanno poste con un angolo di 25° gradi rispetto all’asse orizzontale ma una volta inserite nella loro sede, lasciano delle fessure abbondanti che andranno sanate con un po’ di stucco.

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In preda alla solita crisi da super dettaglio, ho completato i poveri pozzetti dei carrelli con varie tubazioni idrauliche ed elettriche riprodotte con il già citato filo elettrico. Per la colorazione delle condotte mi sono ispirato alle foto presenti nel DACO, notando che la maggior parte di esse sono in alluminio, alcune nere, e i raccordi sono spalmati con una sostanza isolante gialla. Tutti i vani sono in Bianco Opaco, ma hanno subito un copioso lavaggio col solito Bruno Van Dyck e una sporcatura con una leggera passata a pennello di polvere di mina di una matita grassa. Prima di porre nella sua sede il parabrezza, ho eliminato l’accenno dei supporti dell’Head Up Display presenti sulla palpebra, e sostituito il tutto con l’ottimo pezzo in fotoincisione completato con due quadratini in acetato sottile posti a simulare i due vetri che compongono il sistema di puntamento. I piloni sub-alari originali sono stati scartati poiché le loro forme non rispecchiano granché quelle reali, e al loro posto hanno trovato sede i pezzi in resina forniti dalla Verlinden. Ho poi aggiunto, in accordo con la documentazione in mio possesso, il piccolo dome del sistema GPS sulla gobba (subito dietro all’antenna UHF/IFF, quella più grande per intenderci) realizzato con un pezzo di plastirod circolare dell’Evergreen da 1 mm. e opportunamente sagomato.

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Inoltre, alla base di entrambe gli impennaggi verticali sono state installate tre piastre di rinforzo dovute a fatiche strutturali della cellula, per cui le ho realizzate tagliando delle striscette di nastro adesivo sottile. Ho notato anche che, nella porzione di fusoliera sotto le derive tra le ali e i piani di coda, esiste un’ulteriore piastra su cui trova alloggiamento anche la luce di formazione; per quest’ultima ho ritagliato due strisce sagomate di plasticard che, una volta incollate in posizione, sono stato lisciate e portate a uno spessore sottilissimo tale da rispettare la scala. Per rendere più realistico il POD AN/ASQ-173, ho segato la testa (in plastica piena) e realizzato la calotta trasparente del sensore incollando e sagomando un pezzo di sprue trasparente proveniente dalle stesse stampate del modello. In seguito essa è stata lucidata con pasta abrasiva e Future per renderla completamente lucida. Il POD è un Laser Spot Tracker, cioè traccia l’illuminazione dei bersagli marcati da altri velivoli amici e invia le informazioni all’avionica che guida sull’obiettivo le bombe a guida laser; esso però ha capacità solo durante le operazioni diurne. A questo punto il modello è pronto per la successiva fase, quella sicuramente più divertente e che mi ha dato più soddisfazione: la verniciatura.

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Non si può di certo affermare che l’F/A-18 sia un aereo particolarmente interessante dal punto di vista della colorazione e, infatti, lo schema standard prevede superfici superiori in Gray F.S.36320, e superfici inferiore in Gray F.S.36375. A movimentare un po’ la piatta mimetica ci pensano i vari Squadron, che con le loro insegne colorano e caratterizzano i propri velivoli in modi davvero “esotici”. Avendo bene in testa la ferma intenzione di realizzare un Hornet fuori dal comune, ho iniziato la ricerca per un foglio decal che potesse soddisfare la mia idea: l’articolo numero 72-173 dell’Aeromaster era proprio quello che facevo al mio caso! Ma procediamo con ordine; per prima cosa ho steso una mano di grigio molto chiaro (io ho scelto l’H-311 Gunze F.S. 36622) usandolo sia come fondo per il successivo Pre – Shading, che per individuare eventuali difetti di stuccature. Successivamente ho preparato il colore vero e proprio partendo dal Gray F.S.36375 (Gunze H-308), ma qui è doveroso aprire una piccola parentesi: come già confermato qualche riga più in alto, lo schema prevede due grigi sovrapposti, ma se si osservano le immagini dei velivoli in condizione operativa, si può facilmente notare che la differenza tra le due tonalità viene del tutto annullata dall’impietosa azione degli agenti atmosferici sui polimeri che compongono le vernici. Il risultato è un colore molto schiarito tendente all’azzurrino, che viene però desaturato ulteriormente dall’effetto “cottura” del sole e della salsedine.

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Per riprodurre la tinta quasi esatta (dico quasi perché alla fine non c’è un aereo che sia uguale all’altro!) ho utilizzato appunto l’H-308 “tagliato” con quasi il 60% di bianco e steso su tutto il modello. Per non attenuare il Pre – Shading, ho allungato la tinta con molto diluente in modo da lasciare solo un velo sulle superfici. A questo punto ho realizzato anche un Post – Shading (che a mio avviso rende molto meglio rispetto al Pre – Shading) utilizzando una varietà vastissima di grigi che avevo in magazzino, sfruttando sempre come base il 36375. Ogni modellista ha la sua tecnica prediletta, e in questo caso si può dar libero sfogo alla fantasia e alla manualità… ma io ho agito come segue: ho utilizzato un grigio molto scuro (RLM 75 dei velivoli tedeschi, Gunze H-69) passato principalmente lungo le pannellature, dove la sporcizia si accumula con più facilità. Ricordo sempre di usare colori molto diluiti, e di tarare il compressore a una pressione bassa o quasi al minimo sindacale. Lo stesso H-69 è stato steso un po’ a casaccio all’interno dei pannelli, senza però marcare troppo la mano. Ora è la volta dei vari grigi più chiari, che andranno a simulare le “toppe” di vernici con cui gli specialisti si affrettano a coprire le onnipresenti scrostature. Spesso si vedono i meccanici all’opera direttamente sul ponte, con una bomboletta spray in mano… che il più delle volte c’entra poco o nulla con il colore originale del velivolo (ed è proprio questa la cosa affascinate per noi modellisti)! Conclusa la prima fase del Post – Shading, ho proceduto con il lavaggio e l’evidenziazione dei pannelli con il Bruno Van Dyck: abbondate pure con il pigmento ad olio, e realizzate una miscela grassa in modo da accentuare il contrasto tra le vernici. Terminato il washing potreste essere colti da un attacco di panico, vedendo che tutto il minuzioso lavoro di Shading se n’è andato a farsi benedire… ma non temete! Ricaricate di nuovo l’aerografo, ma questa volta prediligete grigi chiarissimi… e ripassate l’interno delle pannellature con tocchi leggeri. Soffermatevi un po’ di più su tutti quei pannellini d’ispezione che vengono aperti con più frequenza, poiché sono proprio quelli i più ritoccati (e quindi quelli ricoperti con vernici più fresche e più chiare).  Vedrete che il risultato finale sarà molto accattivante e realistico. Tutto ciò, spiegato con poche parole, è più facile a farsi che a dirsi… basta solo iniziare e vedrete che il resto del weathering verrà da se.

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La gobba e gli impennaggi sono stati dipinti in nero opaco, ma anche questo schiarito con un po’ di bianco rispettando le regole dell’usura. Gli anelli e i petali degli scarichi sono stati verniciati rispettivamente con il titanio e il metallo annerito Metalizer della Testors, mentre il musetto (altro non è che materiale dielettrico) in Crema – Humbrol 148 (Gunze H318). Come detto le decalcomanie provengono dal foglio Aeromaster intitolato Stinging Hornet Part.III, e in dotazione offre le insegne per realizzare tre differenti esemplari. Quello da me prescelto è il Bu.No. 164006, Modex 200 appartente al VFA-27 “Royal Maces” imbarcato sulla CVW-5 USS Indipendence. L’aereo porta quest’appariscente livrea proprio perché è il “Double Nuts”, in altre parole il velivolo pilotato dal CAG e/o dal Deputy CAG. Qualche lettore potrebbe anche non conoscere l’etimologia di “Double Nuts”, e per fugare ogni dubbio ecco a voi la spiegazione: tradotto letteralmente significa “doppia nocciolina” e si rifà al codice “00” con cui convenzionalmente terminano i Modex (i numeri individuali) di ogni aereo che sia assegnato al CAG o ai comandanti di gruppo. Il mio Hornet porta, infatti, come Modex il numero 200, ed è pilotato dal CAG Captain Mauldin e dal DCAG Captain Linn; Se fate attenzione, sotto all’abitacolo da entrambe i lati, una piccola nose art recita “Nuts” a conferma che quello in questione è il Cag’s Bird! Una curiosità: questo esemplare non presentava l’insegna di nazionalità sul dorso alare, particolare specificato anche nell’esauriente opuscolo istruzioni della ditta messicana. L’operazione sicuramente più delicata è quella riguardante la disposizione delle lunghe striscette gialle che dividono il nero dal grigio: quelle del mio foglio, nonostante le abbia preventivamente tagliate a misure regolari per agevolare il lavoro, si sono spezzate più volte segno che il prodotto non era poi così nuovo. Consiglio quindi di passare una mano di Clear Decal Film prima di utilizzare le decal, e di non sprecare millimetri importanti delle striscette poiché l’Aeromaster le ha realizzate davvero a misura! Data la presenza del fondo scuro poi, è opportuno rendere più lucida possibile la superficie per impedire l’effetto silvering delle decalcomanie, anche se devo dire, sono di ottima qualità. Le luci di formazione provengono dal set numero 88100800310 della Pro Modeler by Monogram intitolato “Fighter Formation Light”.

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Dopo la stesura del trasparente opaco, il mio Hornet è pronto per gli ultimi ritocchi quali la verniciatura delle luci di posizione, delle antenne radar warning sulla gobba in Sky/Duck Egg Green Gunze H-74, e l’installazione dei carrelli con relativi portelloni. I carichi esterni da me scelti raffigurano una classica combinazione, più volte vista in varie immagini: i due Sidewinder AIM-9L da autodifesa provengono dal set Hasegawa U.S. Air to Air Weapons – Aircraft Weapons III (codice X 72-3) e sono verniciati in Gray F.S.36320 ad eccezione del terminale (in nero opaco) e delle due striscette in giallo e marrone. Le Bombe a guida laser GBU-12 Paveway da 295 Kg, tratte dal set Hasegawa U.S. Smart Weapons – Aircraft Weapons VI (codice X 72-11), sono verniciate in modo da raffigurare le Dummy Bomb MK.82 trasformate in Smart Bomb con il kit KMU-388. Il corpo centrale è in grigio (realizzato con il primer Tamiya per simulare l’effetto grezzo tipico di questi ordigni), mentre le estremità sono in Dark Green Gunze H-64. Ai piloni in fusoliera sono agganciati il già citato POD AN/ASQ-173 a destra e a sinistra il POD Flir AN/AAS-38A che invia al pilota un’immagine in tempo reale del bersaglio sul Multi Function Display in cabina. Buon modellismo a tutti e alla prossima realizzazione! Starfighter84.

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Tabella Riferimento Colori:

Colore

F.S.595B

Gunze

Life Color

Testors

Humbrol

Light Compass Grey

36375

H 308

UA 026

1728

127

Dark Compass Grey

36320

H 307

UA 027

1741

128

Netrual Grey

36270

H 306

UA 073

156

Light Grey

36622

H 311

UA 025

1730

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Reference Books:

Daco Pubblications – Uncovering The Boeing F/A-18 A/B/C/D Hornet, Danny Coremans & Nico Deboeck.

PKL (Przeglad Konstrukcji Lotniczych) – F/A-18.

Osprey Super Base n°20 – Baden Sollingen – The Hornet’s Nest, Chriss Bennet.

Replic n°148.

Linewrights Ltd. – Aeroguide n°20 – Hornet.

Verlinden Lock On n°15 – F/A-18 A/C & CF-18 C Hornet

Squadron Signal In Action n°136 – F/A-18 Hornet.

Squadron Signal Walkaround n°18 – F/A-18 Hornet.

Foto del Montaggio (clicca sull’anteprima per ingrandire):

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