Fiat G-91Y “Yankee” dal kit ADV Models in scala 1/48.

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Una prefazione necessaria.

Non ricordo quando è nata la mia passione per gli aeroplani. Non c’è un evento primordiale, li ho sempre amati. Ricordo invece perfettamente il mio primo incontro con il G-91Y. Avvenne a Brindisi, dove con grande gioia del sottoscritto la mia famiglia si trasferì nella tarda estate del 1980. Durante una passeggiata serale in auto mio padre finisce “casualmente” lungo la perimetrale del “Papola-Casale”. Si sentono dei velivoli in circuito per cui mi preparo a gustare qualche touch and go. Dopo qualche minuto una sagoma sibilante appena accennata dalle luci di atterraggio scende velocemente sulla pista, tocca… e riparte fragorosamente spinta da due fiamme bluastre in coda, perdendosi rapida nella notte estiva. Per i 10 anni successivi i G-91Y con la bocca di squalo del 13°Gruppo sono stati i fedeli compagni delle mie giornate in aeroporto. Con loro (e con l’eterogeneo traffico in transito sulla base pugliese) ho nutrito la mia passione, anche se quasi sempre al di là della rete.

La genesi.

L’Aeronautica Militare Italiana, fin dalla entrata in servizio dei primi G-91R (1959) , ha sempre potuto disporre di una componente dedicata all’appoggio tattico equipaggiata con velivoli di progettazione e costruzione nazionale, robusti, semplici e facili da manutenere. Questa scuola di pensiero, frutto di precise scelte strategiche, progettuali e di politica industriale, non ha però mai assicurato a tali macchine il successo commerciale che, almeno sulla carta, avrebbero meritato. Il G-91R – vincitore di un concorso N.A.T.O. per un L.W.S.F.(Light Weight Strike Fighter) – non venne alla fine ordinato da diverse nazioni inizialmente interessate, ma poté beneficiare soltanto dei pur corposi ordinativi della Luftwaffe (394 G-91R e 66 G-91T) oltre che di quelli dell’Aeronautica Militare. Il G-91Y, pur nato sotto i migliori auspici, forte del sapiente mix tra parentela con il modello precedente (soprattutto il G-91T) e le innovazioni introdotte per incrementarne capacità e prestazioni (motori, armamento, avionica), fu prodotto in soli 65 esemplari (compresi i due prototipi) adoperati soltanto dall’ 8° (1970) e dal 32° (1974) Stormo. Ancora una volta (a parte considerazioni circa la cronica assenza di appoggio politico-diplomatico nella commercializzazione dei nostri prodotti all’estero) le altre forze aeree preferirono dotarsi per lo stesso ruolo di velivoli dalle prestazioni superiori, spesso ridondanti.

Anche l’AMX, seppur con numeri differenti e con maggiori possibilità di dimostrare la sua valenza operativa, ha in qualche modo seguito lo stesso destino…ma questa è un’altra storia. Quello che è certo è che questi “insuccessi” si traducono di solito, a livello modellistico, in scarso interesse da parte dei produttori. Nessuno rischia di investire migliaia di euro nella realizzazione di kit che possono avere un mercato limitato ad una sola nazione o ad uno sparuto gruppo di estimatori. I modellisti italiani sono ormai rassegnati alla costante assenza di offerte per alcuni degli aeroplani che hanno portato le coccarde nazionali. L’unica speranza è che ci sia qualche piccolo produttore artigianale bravo e coraggioso che magari osi anche nella scala 1/48….

Il kit.

Con le premesse che avete appena letto e nessuna esperienza con modelli in resina mi sono avvicinato al kit ADV Models con un timore quasi reverenziale. Il kit è davvero bello, ben curato e rifinito. Il dettaglio superficiale è davvero pregevole, con pannellature finemente incise. Tutte le componenti principali e le caratteristiche di questo velivolo sono ben riprodotte. Impreziosito da particolari in fotoincisione ed in metallo (carrelli, pitot, cannoni) ed un foglio di decals per riprodurre, in assoluta par conditio, un esemplare dell’ 8° ed uno del 32° Stormo, entrambi con le vecchie insegne ad alta visibilità. Non mi sono fatto mancare un minimo di aftermarket con la bella scaletta per il G-91 prodotta dalla MasModel.

I dettagli da aggiungere sono davvero pochi. La resina utilizzata è la Chemix, atossica e di qualità. Si è dimostrata ben lavorabile, robusta e compatta. Sui vari pezzi non ci sono ritiri e soltanto qualche piccola sparuta bolla d’aria, prontamente riempita con una goccia di ciano. Per la costruzione sono stati utilizzati i soliti strumenti (cutters con lame di varia forma ben affilate, seghetto, limette e carta abrasiva) oltre all’indispensabile mascherina per evitare l’inalazione delle polveri derivanti da carteggio o taglio, notoriamente nocive. La composizione delle parti (ad eccezione delle semiali, fornite in un unico pezzo pieno) mi ha fatto ben presto dimenticare che stavo lavorando con questo materiale e non con il più comune polistirene.

Il montaggio.

Dopo diversi tentennamenti ho deciso, anche se molto a malincuore, di non forare il muso per rappresentare in maniera più realistica le fotocamere che vi erano installate. Operazione sicuramente non alla mia portata sia per il notevole spessore della resina in quella zona che per la difficoltà di riprodurre ed incollare i trasparenti.Mi sono quindi dedicato, armato di lametta da barba ed X-Acto ben affilati, al taglio dei trasparenti in acetato. Dopo un piccolo errore su uno dei due parabrezza forniti, sono riuscito a rifinire senza problemi l’altro. Il canopy è fortunatamente venuto bene al primo tentativo.

Le mie attenzioni si sono poi rivolte al cockpit, ben riprodotto nei suoi vari elementi.

Con una strisciolina di plasticard ho aumentato leggermente lo spessore dei bordi dell’abitacolo ed ho realizzato i fori per i ganci di bloccaggio del tettuccio.

Con qualche pezzettino di Evergreen ho riprodotto piccoli dettagli presenti all’interno del canopy,  anch’esso ben riprodotto.

Prima di chiudere le semifusoliere ho cominciato a lavorare sul condotto della presa d’aria. La riproduzione è solo parziale ed i puristi storceranno il naso.

Ad onor del vero il condotto è sufficientemente profondo per poter affidare ad un’adeguata verniciatura dell’interno il compito di renderlo abbastanza realistico. La scomposizione richiede necessariamente l’intervento dello stucco per raccordare le varie parti. Questo lavoro si può semplificare incollando la parte superiore del condotto ad una delle semifusoliere. Si potrà in tal modo lavorare più agevolmente almeno su di un lato.

Per l’altro si dovrà penare un po’ visto l’angusto spazio di manovra con le semifusoliere incollate. L’interno della presa d’aria è stato stuccato dove necessario con piccole quantità di Mr. Surfacer 500 applicato con una spatolina ricavata da una tessera telefonica. Dopo cinque minuti dalla sua applicazione lo stucco è stato spennellato con la Tamiya Tappo Verde che lo ha livellato e ulteriormente irrobustito.Prima di chiudere le semifusoliere sono stati anche incollati i condotti dei J-85, opportunamente rinforzati con pezzettini di sprue letteralmente annegati nella ciano così da scongiurare distacchi postumi. L’abitacolo è stato colorato come da istruzioni in Grigio FS 36231 (Gunze H-317). Dopo la lucidatura le consolles ed i quadranti del pannello strumenti hanno ricevuto del nero a smalto (Hu 33) a pennello. Lavorare con gli smalti sopra una base acrilica consente di rimediare ad eventuali errori adoperando il solvente per smalti che non intaccherà la vernice acrilica sottostante. E’ un modo semplice e pratico per ottenere un risultato pulito. Qualche pulsante colorato ed un piccolo lavaggio ad olio nelle zone in grigio sono stati seguiti da una spruzzata di trasparente opaco. La realizzazione del cockpit si è conclusa con il solito drybrushing finalizzato ad evidenziare spigoli e dettagli. La stessa tecnica è stata adoperata per il Martin Baker ma partendo da una base di nero acrilico. Al seggiolino sono state autocostruite le maniglie di espulsione con tubetti di Evergreen e fotoincisioni di scarto.

L’unione delle semifusoliere, pur in mancanza di riscontri, non ha comportato grossi problemi di allineamento. E’ stata eseguita con abbondante uso di cianoacrilica, adoperata anche come stucco sulle le linee di giunzione.

Per piccole rifiniture ho invece utilizzato il solito Mr. Surfacer 500 con una spennellata di Tappo Verde. Come sempre il controllo successivo è avvenuto passando un pennarello nero sulle zone trattate.

Ricordo a chi utilizza questa tecnica che è opportuno rimuovere i tratti del pennarello dalla resina appena possibile. La maggiore porosità rispetto al polistirene tende ad assorbire l’inchiostro che poi, non venendo via completamente, lascia un alone scuro. Queste macchie comunque non hanno pregiudicato in alcun modo le successive fasi di colorazione, ma su tonalità particolarmente chiare e delicate potrebbe non essere così.

Dopo aver completato al fusoliera ho reinciso i pannelli persi nelle fasi di carteggiatura. La reincisione della resina è risultata meno agevole rispetto a quella della plastica. Ho sempre utilizzato la punta di un compasso come scriber, ma durate questa operazione la resina si è dimostrata meno stabile. Occhio quindi alla pressione da esercitare perchè si rischia di ottenere delle incisioni con una profondità non costante. Con la punta di uno stuzzicadenti indurito con la ciano ho infine ripassato le incisioni per rifinirne i bordi. Il montaggio delle semiali non ha comportato alcun problema di allineamento. Ho soltanto dovuto limare uno dei due cassoni alari perchè interferiva con il pozzetto degli aerofreni. Ma con qualche colpo di lima le ali sono andate al loro posto assumendo il giusto diedro.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla rifinitura la robustezza delle due piccole alette antiscorrimento presenti sul dorso dell’ala che, con un velo di ciano, sono andate al loro posto (in seguito sono riuscito a rovinarne una che comunque è  stata ricostruita senza troppi problemi). Non sono stato invece capace di eseguire correttamente il foro per l’alloggiamento del bellissimo pitot in metallo. Attenzione a questa operazione perchè gli spessori sono davvero minimi e si rischia  di aprire una voragine. Poco male comunque, a patto di un minimo di attenzione in più, ho incollato e stuccato il pitot invece che posizionarlo a montaggio ultimato. L’unico rimpianto che ho per le ali di questo kit è dovuto agli slats, realizzati come parti separate e dotati di tutti gli attuatori (fotoincisi) che ne consentivano il movimento. Dopo un’intera serata passata inutilmente a cercare di incollare gli attuatori agli slats facendo assumere agli stessi la posizione corretta, preso dalla sconforto (e da un po’ di stanchezza) li ho incollati in posizione intermedia, incoraggiato da alcune foto scattate a Montichiari nel 1994 interpretate come prova della possibilità che queste superfici assumessero a terra una posizione non completamente estesa.  E’ pero vero che gli slats si muovevano solo in funzione della resistenza dell’aria e quindi a terra dovevano essere o completamente estratti o bloccati in posizione retratta. Mi riservo alla prima occasione di avere conferma della cantonata che ho preso! Per non pensarci troppo ed avvilirmi mi sono dedicato al posizionamento del parabrezza. Il corretto posizionamento di questo elemento, contribuisce notevolmente, a mio avviso, al realismo di un modello. Deve apparire ben integrato con la fusoliera e non semplicemente appoggiato. In questo caso l’incollaggio e la stuccatura si sono resi indispensabili anche per conferire robustezza ad un windshield di acetato, notoriamente meno rigido di un comune trasparente.

La stuccatura ha riguardato soprattutto la parte del blindovetro, dove è stata ricostruita la piastra del convogliatore dell’aria, ed è avvenuta con l’applicazione di strati molto leggeri del solito Mr. Surfacer, successivamente levigati con un cotton fioc imbevuto di alcool.

L’acetato si è rivelato robusto ed ha sopportato sia l’incollaggio con la ciano che le successive mascherature. Tuttavia consiglio a chi si cimenterà nella costruzione di questo pregevole kit di effettuare ugualmente un bel bagno nella Future per ottenere una migliore trasparenza finale. A montaggio ultimato del windshield mi sono accorto che la palpebra del pannello strumenti era troppo alta. Non so dire dove ho sbagliato, anche perchè mi sembra di aver seguito tutti i riscontri presenti in fusoliera durante il montaggio del cockpit. Ad ogni buon conto ricordatevi di fare sempre numerose prove a secco prima di procedere. Mi sono quindi cimentato nella riproduzione di qualche piccolo particolare (attuatori del timone, luce anticollisione trasparente, ganci ventrali, sfiati, etc.)

e poi ho proseguito con il dettaglio dei pozzetti carrello e aerofreni. Foto alla mano, questi vani hanno ricevuto cavi e tubazioni varie (filo di stagno e plasticard).

Alle gambe principali del carrello, in metallo, sono state aggiunte le tubazioni in filo di stagno. Per riprodurre la gabbie di protezione dei DEFA da 30mm – dopo aver inutilmente  tentato di piegare con la dima fornita nel kit i listelli di acciaio armonico forniti, ho adoperato del filo di rame di adeguato spessore.

Sul G-91Y i piani di coda orizzontali erano completamente mobili. Non erano degli elevoni ma la loro escursione, seppur minima, favoriva l’efficienza aerodinamica degli equilibratori. Sarebbe un errore stuccarli ed infatti il kit fornisce correttamente un perno in metallo per renderli mobili lungo l’asse di rotazione.

Mentre mi avvicinavo al completamento della costruzione del kit ho finalmente individuato l’esemplare da riprodurre. I velivoli in carico al 32°Storno, già dopo pochi mesi dalla revisione (e comunque entro la prima estate) risultavano scoloriti e sbiaditi a causa del cocente sole pugliese. A terra i G-91Y del 13°Gr. non godevano di alcun tipo di protezione. Quando non erano nel loro elemento naturale o in hangar per manutenzione se ne restavano in linea di volo. Gli agenti atmosferici infierivano sulla mimetica e soprattutto sul grigio scuro. In alcune zone (ali,zona centrale e caudale) questo colore sbiadiva vistosamente. I ritocchi degli specialisti facevano il resto, regalando colorazioni accattivanti ed uniche. La scelta è caduta su un esemplare abbastanza scolorito, per mia fortuna immortalato da differenti angolazioni in occasione dello stesso evento.

La colorazione.

Il primo colore caricato nell’aerografo è stato il nero opaco acrilico della Tamiya (XF-1) con il quale ho verniciato (dall’esterno) i frames del parabrezza, gli interni dei portelli del carrello oltre alle gambe ed i vari martinetti dello stesso. Queste parti hanno poi ricevuto una serie mani tutte rigorosamente a pennello asciutto con gli smalti Humbrol. Un paio di sessioni abbastanza pesanti in alluminio (Hu56) sono state sufficienti per la colorazione di fondo. La lumeggiatura è stata affidata all’argento (Hu11).

Sono poi passato alla realizzazione della mimetica superiore. Ho impiegato i Gunze Dark Seagray H331 (BS381C/638) e Dark Green H330 (BS381C/641), mentre per i serbatoi (che dalle foto appaiono più chiari e sbiaditi) ho adoperato il Green H309 (FS34079)

In attesa dell’asciugatura dell’ H331 di base ho preparato due miscele per questo grigio con qualche goccia di Grey H308 (FS36375). Con la prima miscela (9 gocce di H331  + 1 goccia di H308) ho iniziato a sfumare i pannelli della zona anteriore e , in maniera molto leggera, il piano verticale di coda. Con la seconda miscela (2 gocce di H331 + 8 gocce di H308) ho colorato quasi completamente ali, piani di coda orizzontali e parte centrale della fusoliera.

Il grigio è stato spruzzato soltanto nelle zone interessate per evitare di sovrapporre inutilmente strati di colore. Con il Patafix ho poi provveduto a mascherare le bande grigie e sono passato ad applicare il verde (H331).

Per desaturare questo colore ho sperimentato per la prima volta il filtro della True Heart per i colori scuri (Paint Fading 1). Ho faticato un po’ a prenderci la mano. Consiglio di procedere per gradi. Quando lo si spruzza i risultati non sonno immediati ma compaiono dopo qualche minuto. Se si esagera si rischia di ottenere un effetto eccessivo…anche se si può sempre ricominciare da zero lavando subito via tutto con una pezzolina imbevuta d’acqua. Ho successivamente ripreso le bande verdi con il colore originale che, passato molto diluito ed a bassissima pressione, mi ha consentito di amalgamare tutto ed ottenere un effetto delicato e meno contrastato rispetto al grigio, come nella realtà.

A questo punto mi sono dedicato alla colorazione in nero di alcuni particolari e pannelli, rimandando alle fasi successive gli ulteriori interventi di invecchiamento sulla mimetica. Dopo aver mascherato tutto il lavoro eseguito ho applicato un paio di mani Tamiya Chrome Silver X-11 sulle superfici inferiori. Non avendo ancora sperimentato i magici Alclad ho preferito adoperare nuovamente questo colore metallico, già adoperato su un F-104G mimetico del 3°Stormo con risultati più che accettabili. L’unica accortezza è stata quella di applicare questa tonalità alla fine della colorazione, vista la estrema delicatezza dell’ X-11 (che mal sopporta anche il nastro Tamiya) e la sua fastidiosa tendenza a depositarsi in minuscole particelle su tutto ciò che non è stato preventivamente mascherato.

Mi sono poi dedicato alla colorazione dei vani carrello ed aerofreni adoperando un verde a smalto Humbrol (Hu226) ed i Vallejo per i dettagli. Un paio di mani di trasparente lucido Tamiya (X-22), abbondantemente diluito con il prodotto della casa e “corretto” con un po’ di retarder Gunze, hanno preparato il modello per la successiva fase dei lavaggi. Questi ultimi sono stati eseguiti ad olio, diluito con il solvente Humbrol. Ho utilizzato un’unica tonalità di grigio per tutte le pannellature, ad eccezione di quelle che delineano le estremità delle superfici mobili e delle piccole prese d’aria presenti sul velivolo. Per queste ultime è stato adoperato il nero. L’impasto è stato rimosso con piccoli pezzettini di carta dopo circa 30 minuti. In alcuni casi dopo diverse ore, per ottenere effetti più marcati “tirando” il colore con un pennello piatto.

Dopo aver atteso ancora 24 ore, alcune zone ed i pannelli di manutenzione hanno ricevuto un trattamento con le polveri Tamiya. Sperimentato in altre occasioni il notevole grip di queste polveri, ho finito per adoperarle sempre su superfici lucide, in modo da garantirmi ampi margini di correzione in caso di errore. Una mano di X-22 ha sigillato lavaggi e polveri regalando una superfici a prova di silvering e pronte per l’applicazione delle decals.

Posa delle decal e termine dei lavori.

Non appena ho aperto questa scatola di montaggio ed ho avuto modo di esaminare il foglio di decals, ho avuto la sensazione che i numeri di carrozzella dedicati all’esemplare del 32°Stormo fossero sovradimensionati. Avendo in magazzino un vecchio foglio Tauro con tali numeri non mi sono preoccupato più di tanto. Arrivato il momento di applicare le decals, con mio grande rammarico, ho avuto conferma delle mie impressioni iniziali. Anche i numeri del foglio Tauro (comunque dedicato ai G-91R) si sono rivelati ad un più accurato esame della sessa taglia di quelli del foglio fornito nel kit ADV Models. Non avendo alternative ho utilizzato quanto avevo a disposizione.

Altro punto dolente di queste decals è costituito dallo scarso potere coprente del rosso. L’effetto è venuto fuori soprattutto sulle coccarde applicate all’estradosso alare il cui bordo rosso lasciava trasparire i sottostanti colori della mimetica.

Un vero peccato, vista la buona qualtà complessiva delle decals. Sono estremamente sottili, con il film  trasparente ridotto al minimo. Hanno reagito egregiamente sia al binomio Microset/Microsol che al più aggressivo Mr. Mark Softer. Eseguiti alcuni piccoli ritocchi con gli acrilici Vallejo, le decals sono state sigillate con una ulteriore mano di X-22. Dopo 24 ore ho effettuato lavaggi ad olio mirati sulle decalcomanie. In questo modo le ho desaturate ed ho nuovamente evidenziato i pannelli sui quali le decals erano state applicate.

Sono riuscito ad attenuare la brutta trasparenza del rosso delle coccarde, mentre la sharkmouth è stata adeguatamente “affumicata” per l’uso continuo dei DEFA da 30mm.

Il modello ha poi ricevuto la mano finale di trasparente. Ho miscelato l’X-22 con del Flat Base fino ad ottenere una finitura satinata che risaltasse soprattutto in presenza di fonti di luce diretta. Dopo aver atteso qualche ora, rimosse le mascherature da cockpit e windshield, ho riprodotto su quest’ultimo le guarnizioni dei vetri con Vallejo ed un pennellino 000. Nel frattempo la parte trasparente del canopy ha ricevuto un bagno di Future per poter essere incollata con un velo di ciano (fatta decantare comunque per 2/3 minuti su di un tappo di bottiglia) alla struttura del tettuccio. Il montaggio del carrello e dei vari portelli ha richiesto soltanto un po’ di pazienza e di calma. Appoggiato il mio G-91Y sulle sue gambe mi sono però subito accorto che assumeva un assetto leggermente “frenato” sul ruotino anteriore.

Ricontrollate tutte le rispondenze con gli altri riferimenti (compreso il corretto incollaggio delle gambe del carrello), sono giunto alla conclusione di aver esagerato nella fase di pulitura del ruotino dalla materozza, mangiandomi almeno un millimetro di pneumatico. A danno compiuto e soprattutto con un ruotino saldamente incollato alla gamba del carrello, dopo un consulto con gli amici del forum, ho deciso di cercare di ridare un minimo di volume alla zona di contatto con l’asfalto. Con veli successivi di ciano ho recuperato un millimetro di spessore e, dopo aver carteggiato la zona ho ripristinato la colorazione dove necessario.

L’assetto è stato ripristinato ma l’effetto sul ruotino non mi piaceva particolarmente. Siccome la cosa non mi andava giù ho ricostruito con del filo di rame i fermaruota in tondini di ferro che venivano utilizzati a Brindisi sui velivoli in parcheggio.

Per mia fortuna gli specialisti erano soliti applicare un fermaruota proprio davanti al ruotino, mentre almeno un altro veniva collocato dietro ad una delle ruote del carrello principale. In questo modo il ruotino è tornato ad essere presentabile. Dopo alcune prove ho deciso di non montare i serbatoi subalari. Ho ancora vivido il ricordo di questa configurazione “pulita” abbastanza frequente a Brindisi e che prediligo. Fissato il canopy in posizione ed incollati gli ultimi particolari, il viaggio nei miei ricordi di giovane appassionato si è concluso con un Falco Brindisino fiero ed aggressivo parcheggiato in bacheca.

Considerazioni finali.

Ho impiegato più di otto mesi per completare questo modello. Il Kit ADV Models è davvero pregevole, peccato soltanto per alcuni limiti del foglio di decals. Siamo di fronte ad una realizzazione artigianale di livello elevato, non certo adatta ai neofiti ma che mi sento di consigliare a chiunque abbia un po’ di esperienza. La qualità complessiva aiuta davvero tanto,  anche se, come il sottoscritto, non vi eravate mai cimentati nella realizzazione di un kit in resina.

Se esiste un velivolo al quale siete particolarmente legati, magari perché avete avuto la fortuna di poterci volare, lavorare o lo avete potuto ammirare da vicino, provate a riprodurlo. Non costruirete soltanto un modello in scala, ma darete vita e sostanza ai vostri ricordi, alle vostre emozioni. Vi assicuro che proverete sensazioni e soddisfazioni maggiori di quelle già preziose che il nostro hobby ci regala.

Se poi siete stregati dal G-91Y….

Guido Maria SPILLONEFOREVER Brandolini

Per leggere la recensione completa del kit fai click QUI!

6 COMMENTI

  1. IL MIO COMMENTO E’ BREVISSIMO… NON HO PAROLE! BRAVO! “IL PILOTA” (P.S. SONO UN AMICO DEL CAMPOPIANO)

  2. Guido, sei un modellista fantastico, sono stato ufficiale tecnico al 32° Stormo di Brindisi nel 1973 e 1974 e per me lo Yankee è un ricordo bellissimo. Avevo realizzato un modello in scala 1:72 tanti anni fa, ma è andato distrutto durante un trasloco, ho scoperto da poco l’ esistenza del kit ADV in 1:48 e sono riuscito ad averne uno proprio dal suo creatore Andrea DeVincentis. Devo ancora iniziare a montarlo, ma dopo aver visto il tuo non ho il coraggio di farlo, credevo di essere un discreto modellista, anche se per moltissimi anni ho dovuto abbandonare il mio hobby, ma tu e molti altri, dei quali ho visto i lavori siete su un altro pianeta. Sicuramente prenderò spunto dal tuo dettagliato articolo, anche perchè dopo 40 anni i miei ricordi dei particolari non sono così precisi. Hai fatto benissimo ad affumicare la sharkmouth in corrispondenza dei cannoncini DEFA, anzi ti dirò che spesso, durante le missioni al poligono, le fiammate dei DEFA asportavano completamente la vernice, non solo quella della bocca e bisognava ridipingere la zona…
    un saluto

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