The Shield of David – Spitfire Mk.IXe dal kit ICM in scala 1/48.

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Non sono un grande amante dei velivoli storici, anzi! Le mie preferenze si orientano decisamente verso i jet moderni, pieni di tecnologia e di altissime prestazioni. Lo Spitfire, però, mi affascina; elegante e sinuoso nelle forme, combinava una potenza esuberante a una grande maneggevolezza… entrambe doti innate per un aereo che fu vincente in tutti i teatri di guerra (ma anche di pace) dove operò.

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Riprodurlo in scala nella classica livrea con le coccarde della RAF non attirava in alcun modo le mie attenzioni…in fondo, le riviste e il web sono pieni (anche troppo) di Spitfire con la mimetica inglese! Per questo ho pensato di collegare la costruzione di questa splendida macchina con la mia grande passione per i velivoli che operano, ed hanno operato con la I.A.F – l’Aeronautica Militare Israeliana. Detto fatto, ed eccomi qui per presentarvi il mio ultimo lavoro: uno Spitfire Mk.IXe con la Stella di David.

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Il Kit:

Lo Spitfire è un soggetto tra i più apprezzati e riproposti (in scala) al mondo. Il mercato modellistico è pieno di bellissime scatole dedicate alla quasi totalità delle versioni, eppure la variante Mk.IX è la sola che soffre di alcune lacune.

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Le scatole di montaggio a nostra disposizione nella scala del quarto di pollice (1/48) sono le seguenti:

Hasegawa: la ditta giapponese ha in catalogo la scatola contrassegnata dal codice JT79. Lo Spit Hasegawa, nonostante sia stampato egregiamente e abbia un dettaglio ricco e preciso, soffre di un grave difetto di forme che riguarda la fusoliera (più corta di ben 3 millimetri).

ARII: forse il kit più vetusto, oramai fuori produzione da molto tempo e di difficile reperimento. Gli anni che ha sulle spalle li porta, comunque, con grande stile presentando una sorprendente qualità d’incastro e delle forme sostanzialmente corrette. Il dettaglio non è molto curato ma in circolazione esistono validi set in fotoincisione per sopperire a tale mancanza.

Ocidental: anche in questo caso il modello è corretto come linee generali, ma soffre di qualche sbavatura è ritiro facilmente risolvibile con stucco e carta abrasiva.

Airfix: l’ultimo arrivato nel panorama modellistico, il kit dell’azienda inglese non è all’altezza degli standard moderni: dettaglio molto povero e cockpit in pratica inesistente.

ICM: il kit della ditta ucraina è davvero una piacevole sorpresa. Il dettaglio di superficie è ben curato, con pannellature in un fino negativo completate da piccole rivettature posizionate solo dove servono veramente. Oltre a questo, il cockpit è molto bello e ben dettagliato, quasi fosse un set in resina stampato assieme al resto della fusoliera. Ma non finisce qui perché l’ICM ha arricchito il modello con la possibilità di rappresentare il possente motore Merlin completamente a vista, e l’opzione per lasciare aperti entrambe i vani armi presenti nelle ali. Si può dire che questo Spitfire è un piccolo gioiello e rappresenta la scelta definitiva per “modellare” un Mk.IX completo e veramente corretto nelle dimensioni.

Ma le note negative dove sono? Fortunatamente non sono molte ed esse risiedono soprattutto nella qualità della plastica (molto morbida e con una finitura superficiale a buccia d’arancia) e la presenza di qualche ritiro concentrato soprattutto nella zona delle ali. Altri difetti minori li ho riscontrati nel profilo dell’ogiva (troppo corta e tozza), delle pale dell’elica (con uno spessore notevolmente fuori scala), nella forma delle bugne sui portelloni dei vani armi (con una forma poco verosimile e sovradimensionate rispetto a quelle reali) e sulle fattezze dei cerchioni e degli pneumatici (stampati in modo molto approssimativo e anti estetico). Per correggere questi difetti ci si può rivolgere alla Ultracast, marchio canadese semi – artigianale che produce tutta una serie di aftermarket mirati a risolvere le sviste dell’ICM. Personalmente ho acquistato i seguenti set:

  • 48065 – Pneumatici e cerchioni “four spoked”.
  • 48082 – Ogiva e pale elica.
  • 48099 – Portelloni per vani armi.

Oltre a questi tre accessori che definirei indispensabili, ho deciso di acquistare anche i seguenti set:

  • 48063 – Late Style Elevator allo scopo di maggiore realismo alle superfici di comando e realizzare i piani di coda nella posizione che normalmente assumevano quando il velivolo era a terra, quella di picchiata.
  • 48065 – Portellone di accesso alla cabina che presenta un bellissimo dettaglio e uno stile della barra frangi – vetro corretta rispetto a quella stampata dall’ICM.

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L’acquisto di accessori non si è però fermato qui! Diciamo pure che mi sono fatto prendere la mano come solitamente mi capita ma, questa volta, la lista che indicherò qui sotto ha avuto uno scopo anche “funzionale”:

  • Aires 4210 – Engine Set: come già detto qualche riga sopra, la ICM offre la possibilità di aprire le cofanature e lasciare il motore totalmente (o parzialmente) in vista. Per fare ciò, lo stampo presenta una scomposizione dei portelloni alquanto cervellotica che sfocia in una scarsa precisione d’incastro delle parti. In pratica, per ottenere un allineamento decente, bisogna prestare la massima attenzione e preparare l’interno della struttura rinforzandola con del Plasticard e ricreando degli scassi per permettere ai cofani di innestarsi correttamente nelle loro sedi. Ammetto che la pigrizia in questo caso mi ha giocato un brutto scherzo e mi ha fatto credere che, acquistando il bellissimo set in resina dell’Aires per il Merlin (tra l’altro ideato per il kit Hasegawa), avrei risparmiato tempo e il modello avrebbe acquistato maggiore attrattiva. Nel secondo caso le mie aspettative sono state ripagate ampliamente… nel primo assolutamente no! Ma di quest’aspetto parlerò più avanti nell’articolo.
  • CMK 4126 – Spitfire Armament Type E: anche se il vano originale è già buono di per sé, la mia mania per il super dettaglio mi ha portato ad acquistare anche questo set della ditta ceca. La resina è completata da una lastra di fotoincisioni ed ha una finitura davvero buona.
  • CMK 4103 – Spitfire Interior: ricordo che l’abitacolo da scatola è superiore a ogni aspettativa; ma oramai sono abituato a livelli più elevati, quindi non ho potuto fare a meno di quest’ulteriore set!

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La carrellata sui tanti aftermarket di cui mi sono dotato finisce qui… è ora di passare alla parte saliente, quella della costruzione.

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Fusoliera:

La prima operazione riguarda la totale asportazione delle cofanature laterali del motore, da me eseguita mediante un taglierino ben affilato. Grazie a delle incisioni che fungono da linee guida (presenti nella parte interna), la separazione della plastica in eccesso avviene con relativa facilità e con una buona precisione.

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A questo punto mi sono dedicato all’abitacolo: l’ottimo set in resina della CMK, seppur ideato per il kit Hasegawa, si adatta con poca fatica anche nell’ICM. Tutto (o quasi) il dettaglio interno originale va asportato, e la plastica della fusoliera leggermente assottigliata per far posto alle nuove paratie laterali incollate in posizione mediante colla ciano acrilica.

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L’aftermarket non si limita a dettagliare solamente il cockpit, ma include alcuni pezzi per lasciare in vista anche il vano radio, proprio alle spalle del pilota. Per fare ciò, ho aperto il piccolo portello in fusoliera come potete vedere in foto:

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Il fondo dell’abitacolo va assottigliato in spessore di almeno un millimetro, altrimenti esso impedirà al complesso alare di inserirsi correttamente nel suo scasso.

L’intero “Pilot’s Office” è stato verniciato in Light Green F.S. 34227 (Gunze H-312) e in seguito sottoposto a un accurato lavaggio in Bruno Van Dyck a olio molto diluito e fatto scorrere lungo i dettagli e i sottosquadri per capillarità.

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Il cruscotto della CMK è composto da una base in resina con strumentazione riprodotta in fotoincisione; i quadranti sono stampati su un foglietto di acetato da me verniciato in bianco sul retro (per mettere in risalto le lancette) e poi incollato con il ciano acrilico sulla parte in resina. Il pezzo PE (photo etched), precedentemente verniciato in nero opaco e particolareggiato con un dry brush in grigio chiaro, è stato fissato al resto del pannello con una spennellata di cera Future (una volta essiccata funge benissimo da collante).

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Il seggiolino degli Spitfire non era metallico, bensì costruito in bachelite. Il colore di questo materiale variava molto secondo l’esemplare, ma di base era un rossiccio abbastanza acceso; personalmente l’ho riprodotto con il Linoleum Deck Brown della Tamiya XF-79 e completato, con un lavaggio sempre in Van Dyck e con le cinture (anch’esse foto incise) in grigio chiaro F.S. 36375. A questo punto le mie attenzioni si sono rivolte al timone di profondità: l’ICM lo fornisce separato dal resto della cellula, ma in realtà la superficie di comando non può essere montata nella posizione a piacimento. La soluzione adottata dalla ditta ucraina è dettata solo dal fatto che, nel kit, è presente sia il timone con terminale a punta, sia quello con forma arrotondata (tipico degli esemplari RAF) ed essi sono intercambiabili in base alle necessità del modellista.

Per dare un po’ di “movimento” al mio Spitfire, ho deciso di modificare il rudder aggiungendo una striscia di rod a sezione quadrata lungo come potete vedere dalla foto:

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Dopo averlo incollato, ho sagomato il rod a colpi di lima ed ho stuccato il tutto per chiudere eventuali fessure. In pratica non ho fatto altro che ricreare lo stesso profilo tondeggiante presente anche sul timone del velivolo reale; quest’accortezza permetteva alla superficie mobile di ruotare all’interno della fusoliera sia a destra, sia a sinistra. L’intervento ha interessato anche la parte fissa della deriva cui ho allargato l’alloggiamento mediante una fresa montata su di un trapanino. Ecco una foto:

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Prima di chiudere le due semi-fusoliere ho aggiunto qualche piombino da pesca nella parte terminale (in previsione di aggiungere il motore dell’Aires che ha un peso non trascurabile e potrebbe sbilanciare in avanti il modello), e inserito la paratia interna, dove andrà alloggiato il Merlin, sul frontale. Quest’ultima è stata poi stuccata con l’uso dello stucco liquido Mr.Surfacer 500 della Gunze che ha la peculiarità di essere lisciato semplicemente con un cotton fioc imbevuto di diluente per smalti Tamiya.

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Ali:

Anche le ali sono state oggetto di pesanti trasformazioni. Come detto in precedenza, ho acquistato il set della CMK relativo al vano armi dedicato allo Spit Mk.IXe – versione oggetto di quest’articolo. Sfruttando la predisposizione già studiata dall’ICM, ho eliminato il dettaglio originale in plastica per far posto ai pezzi in resina, molto più realistici e dettagliati.

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Anche in questo caso, l’aftermarket è ideato sulla base del kit Hasegawa ma, personalmente, non ho trovato particolari difficoltà di adattamento (basta solamente assottigliare il fondo del vano per evitare che spinga contro la parte inferiore della semi-ala). Discorso diverso vale per le centinature fornite in fotoincisione (da aggiungere attorno all’apertura – nella realtà era proprio su queste centine che venivano avvitati i portelloni di chiusura) che sono molto sottili e si piegano con estrema facilità. Inoltre la CMK ne fornisce una quantità che basta a malapena per terminarne due (il set fornisce pezzi per aprire entrambe i vani armi), ma se commettete qualche errore o una fotoincisione si rovina irrimediabilmente, avete possibilità di completare il lavoro su un solo alloggiamento.

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Essendo anch’io incappato in questo imprevisto, ho deciso di aprire solamente la gun bay di destra e chiudere la corrispondente; a tale scopo ho sostituito la carenatura originale del kit (che ha una forma della bugna completamente errata) con la copia corretta in resina dell’Ultracast che s’inserisce al proprio posto con relativa facilità. Come unica accortezza, ho incollato due strisce di plasticard nella parte interna a evitare che il pezzo potesse staccarsi e “affondare” con le successive operazioni di carteggiatura. Attenzione a sagomare il rinforzo interno in modo che questo non vada a finire all’interno del pozzetto carrello (qui sotto le foto dell’adattamento):

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In seguito è stata la volta dei fori per l’espulsione dei bossoli. Essendo il kit buono per riprodurre tutte le versioni di ala utilizzate dagli Spit IX (variante C, D ed E), ci sono varie predisposizioni all’interno delle semi ali da forare in base alla necessità. Questa soluzione, oltre ad essere poco pratica, è anche particolarmente imprecisa poiché difficilmente si può ottenere un taglio netto. Personalmente ho preferito “bucare” del tutto l’ala, allargare ulteriormente le zone interessate, e inserirvi all’interno delle “scatolette” in resina appositamente create dalla Quickboost (codice QB48075) per ottenere degli “sheel case chute” perfettamente rettangolari.

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Ecco delle immagini che vi aiutano a comprendere meglio il procedimento:

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Gli esemplari avuti in carico dalla Israeli Air Force erano quasi tutti (si conosce solo un esemplare con ala elittica) con ali tronche essendo ottimizzati per l’attacco al suolo. In accordo con la documentazione, quindi, ho aggiunto le tip alari “clipped” (come sono chiamate in gergo tecnico): quelle fornite dal kit non hanno una qualità d’incastro eccelsa e, oltretutto, rimangono leggermente fuori sagoma. Con molta pazienza e uso intensivo di carta abrasiva grana 500, ho riportato i pezzi alle corrette dimensioni e li ho stuccati per pareggiare gli eventuali dislivelli.

Ho anche aggiunto le luci di navigazione (rosso a sinistra e verde a destra), ricavate da schegge di resina colorata incollate mediante abbondante uso di ciano acrilico; il collante mi ha anche evitato di impiegare il classico stucco poiché, una volta lisciato, ha riempito perfettamente il gap assumendo anche una finitura trasparente.

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Veniamo ora agli alettoni, vero e proprio incubo! Anche in questo caso vale il discorso fatto per il timone di profondità: sono forniti separati ma non hanno possibilità di essere montati nella posizione a piacimento. Non avendo più molta voglia di imbattermi nell’ennesimo “taglia e cuci” con plasticard e rod, ho deciso di montarli in posizione neutra senza perdere altro tempo. E, invece, di tempo ne ho perduto anche oltre le aspettative poiché i pezzi s’inserivano a fatica nell’ala lasciando profonde fessure.

Per non rovinare il dettaglio di superficie inciso, ho preferito l’uso del Milliput per riempire i difetti di montaggio: ho mescolato i componenti in parti uguali e ne ho ricavato un “salsicciotto” da spingere all’interno degli “spacchi”. In seguito, con una spugnetta umida di acqua, ho portato via l’eccesso e ho aspettato che il bi-componente si asciugasse del tutto (circa sei ore complessive). Per ricreare le pannellature mi sono avvalso di uno scriber che ho ripassato con delicatezza sopra al Milliput; se esso è completamente secco diventa molto duro e si lascia incidere con estrema precisione. Una passata di pasta abrasiva ha lucidato e completato l’opera.

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Unione ali/fusoliera e ultimi dettagli:

L’unione tra le ali e la fusoliera è, senza dubbio, l’operazione più delicata di tutta la costruzione. Le difficoltà maggiori le creano gli incastri poco precisi che determinano delle fessure abbastanza larghe lungo tutte le giunzioni. Come se non bastasse, se non si cura l’incollaggio tra i due blocchi in modo quasi maniacale, la fusoliera tende a non allinearsi in modo preciso facendo apparire il modello “svergolato”.

Prima di incollare le ali ho limato leggermente le zone che andranno a infilarsi nello scasso; quest’accorgimento è servito per dargli il corretto diedro positivo.

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Dopo di che, con molta attenzione, ho unito la superficie alare con abbondante uso di Attack, e l’ho “forzata” nella posizione voluta aiutandomi con delle mollette  da bucato.

Stuccare e lisciare i gap non è stato semplice (ho impiegato almeno due passate di stucco con altrettante di carta abrasiva), e le varie operazioni di carteggiatura hanno rovinato in parte il bel dettaglio di superficie che l’ICM ha stampato sul raccordo Karman (raccordo alare). Per ripristinare tutte le incisioni e i rivetti ho utilizzato uno scriber e tanta pazienza poiché la plastica del modello è molto morbida e l’incisore “scivola” via facilmente.

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Veniamo ora ai piani di coda: quelli originali presentano, purtroppo, gli elevoni già stampati con la parte fissa. Gli Spitfire, per effetto della caduta in avanti della cloche, a terra hanno spesso le superfici mobili in posizione di picchiata, la stessa che ho riprodotto sul mio modello grazie al set in resina dell’Ultracast di cui avevo parlato ad inizio articolo.

Per ricreare la zona di rotazione degli elevoni, ho scavato all’interno del piano di coda mediante una lima a sezione tonda e asportando la plastica fino a ottenere la forma semi-circolare che vedete qui sotto in foto:

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I cannoncini Hispano Suiza in resina sono stati prelevati dal set della CMK. Di per sé già molto belli, li ho ulteriormente migliorati sostituendo la canna con una parte di ago ipodermico da siringa. Inoltre, per evitare che si potessero rompere durante la verniciatura, li ho rinforzati con un tondino di rame innestato all’interno.

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Attenzione quando li andrete a montare! Ricordatevi che l’ala E dello Spit prevedeva che le armi di maggiore calibro fossero sistemate esternamente.

Osservando le immagini pubblicate nei vari libri a mia disposizione, ho notato che sotto al cupolino fisso del canopy era presente un longherone di rinforzo. A dir la verità, la CMK nel suo set per il cockpit ne prevede la riproduzione con una strisciolina di fotoincisione (già fornita), ma questa è troppo corta e, personalmente, ho scelto di rimpiazzarla con un pezzo di plasticard sagomato di opportuno spessore. Ho anche aggiunto un pezzo di nastro Tamiya che ha simulato la sezione di cinghia che si aggancia al sistema di ritenzione delle cinture di sicurezza all’interno della carlinga.

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Una nota è doverosa per il collimatore poiché sia quello presente nella scatola, sia quello del set CMK è del primo tipo – incompatibile, quindi, con quelli montati sugli esemplari israeliani che avevano la base rettangolare e il doppio vetrino su cui veniva proiettato il puntatore.

A questo punto è il momento di montare i trasparenti (preventivamente bagnati nella cera Future per dargli maggiore brillantezza): nessun problema per il cupolino, qualche difficoltà in più per il parabrezza che è leggermente sottodimensionato rispetto alla sua sede. Dopo aver incollato il windshield con Attack (se trattato con la cera Future i vapori del collante non intaccano la trasparenza), l’ho stuccato e lisciato con il Tamiya basic putty – più che valido per questo tipo di operazioni. Sempre in accordo con la documentazione, sotto il blindovetro dei velivoli reali c’erano due piastre di rinforzo rivettate; nel kit sono completamente assenti e per rifarle ho optato per il nastro di alluminio adesivo che si usa per i lavori di idraulica. Questo materiale ha il vantaggio di poter essere sagomato con facilità mediante un taglierino affilato, e avere uno spessore molto ridotto e perfettamente in scala.

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Immediatamente dietro al tappo del serbatoio del carburante (davanti all’abitacolo) c’erano due piccoli sfoghi per lo spurgo dei vapori di cherosene. Questo particolare è assente nel modello e l’ho facilmente riprodotto mediante una punta sottile da trapano.

Ultimo accorgimento è stato quello di asportare la base del dipolo dell’antenna (stampato direttamente sulla fusoliera ma che, inevitabilmente si rovina con la carteggiatura della stessa) e rifarla da capo con un pezzo di plasticard opportunamente sagomato. Piccola curiosità… la piastra era realizzata in bachelite, materiale che isolava l’antenna e ne riduceva il disturbo dovuto al resto della struttura metallica dell’aereo.

Il motore Aires:

Il Merlin dell’Aires si può definire un piccolo capolavoro, vero e proprio modello nel modello. Molto dettagliato e realistico, rappresenta una sfida interessante per il modellista, soprattutto per adattarlo al kit ICM giacché è studiato per l’Hasegawa. La prima operazione da fare è pulire il castello motore dai residui di resina e dai rinforzi per lo stampo: con attenzione e una fresa da rifinitura montata su un trapanino elettrico, ho “liberato” il telaio e con esso ho iniziato le prove a secco iniziali. Devo dire che sono rimasto abbastanza sorpreso perché la sola struttura s’inserisce quasi senza problemi e la fusoliera forza giusto un po’ lungo i suoi lati.

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Assemblare le tre parti in resina che compongono il propulsore richiede circa un’ora di lavoro, e le fessure (trascurabili) che si formano si possono riempire con il Mr.Surfacer 1000 della Gunze.

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Le note dolenti arrivano quando s’inserisce il blocco motore nel castello, e poi il tutto nella fusoliera: con l’aumento degli ingombri le tolleranze (meno di un millimetro rimanente) si annullano e bisogna forzare con delicatezza tutto l’insieme per incastrarlo, letteralmente, sulla paratia apposita. Prima di tutto ciò, bisogna eliminare la parte centrale di questa tubazione che vedete in foto, altrimenti il Merlin non si allineerà correttamente.

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Finito l’adattamento, inizia la verniciatura: non è facile risalire al colore originale che aveva un Merlin montato su uno Spit Mk.IX poiché tutte le immagini inserite nei libri rappresentano motori restaurati, riverniciati e “aggiornati” con componenti moderni. Dopo qualche ricerca fatta sul Web ho realizzato che la tinta dell’epoca era scura, molto probabilmente un nero opaco (o che lo diventava velocemente a causa del calore e della sporcizia)… e così l’ho riprodotto anch’io in scala. I tanti particolari presenti li ho evidenziati con un dry brush in grigio chiaro. Foto alla mano, ho iniziato a collocare le tante tubazioni che “avvolgevano” il propulsore… vi assicuro che sono davvero molte! Tenendo conto della scala, ne ho aggiunte fino a quando l’aspetto generale era gradevole alla vista, senza appesantire inutilmente il tutto. Per lo scopo ho utilizzato dei filamenti di rame provenienti da un cavo elettrico, e dei fili di stagno di spessore opportuno. Per simulare le fascette che tenevano uniti i cavi, ho utilizzato delle strisce sottili di Masking Stripes dell’Eduard non verniciate.

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Altra modifica da apportare in questa fase, è l’asportazione di almeno due millimetri di resina dalla sede dove andrà poi montato l’enorme filtro dell’aria, altrimenti esso assumerà una posizione del tutto irreale e anti estetica.

Verniciatura e invecchiamento:

Veniamo ora alla verniciatura e all’invecchiamento, due fasi cruciali per la buona riuscita del modello. Prima di proseguire oltre, però, è bene fare una piccola premessa sulla storia di questo velivolo nell’aeronautica israeliana.

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Gli Spitfire IAF (tralasciando i primi due esemplari assemblati e rimessi in condizioni di volo direttamente in Israele e di origine inglese) furono acquistati in Cecoslovacchia come naturale proseguimento di una già esistente fornitura di velivoli in surplus (i primi AVIA S-199 provenivano sempre dal paese del nascente blocco sovietico). In totale l’Aeronautica Militare Cecoslovacca fornì un totale di circa sessantacinque Spitfire Mk.IX (di cui la maggior parte con ala di tipo E e pochi altri di tipo C) già in precedenza utilizzati dalla Royal Air Force durante la WWII. Quindi gli israeliani comprarono uno stock di cellule di terza mano e già molto sfruttate, ma il nuovo conflitto con l’Egitto che stava per scatenarsi e la scarsità di velivoli in grado di contrastare la REAF (Royal Egyptian Air Force, anch’essa dotata di Spitfire IX) spinse i vertici della Hel Ha Avir a concludere in gran fretta l’affare e avere a disposizione in breve tempo le nuove macchine.

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Qualche tempo fa gli studiosi e gli appassionati pensavano che gli Spit israeliani fossero stati riverniciati parzialmente ricoprendo il grigio della mimetica continentale RAF con un marrone scuro per rendere i colori più adatti al nuovo teatro operativo desertico ma, dopo ulteriori anni di studi, ricerche e testimonianze si è giunti alla conclusione che agli esemplari IAF furono solamente obliterati i codici e le coccarde mantenendo il medesimo camouflage utilizzato in Cecoslovacchia (e quindi quello inglese in Ocean Grey, Dark Green e Medium Grey).

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Potete immaginare, quindi, che gli aerei arrivarono in Israele con una verniciatura già logora che peggiorò ulteriormente con il clima caldo e la sabbia; si vedono parecchie immagini (fondamentale durante tutte le fasi del mio lavoro è stato il libro di Alex Yofe – Spitfire in IAF Service 1948 – 1956, edito dalla White Crow Pubblications) dove la mimetica risultava molto provata e con ampie zone su cui la vernice si scrostava a causa del calpestamento e delle estreme condizioni meteorologiche. In particolare il fenomeno del “chipping” si notava sulle radici alari (dove camminavano gli specialisti), attorno alle cofanature motore (per l’ispezione continua dei vecchi Merlin) e sui bordi di attacco delle ali (continuamente investite a terra dai sassi sollevati dal getto dell’elica).

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Per riprodurre in scala questo particolare tipo di usura mi sono avvalso della “tecnica del sale” o “salt chipping effect”. Evito di entrare nei dettagli per non dilungarmi troppo, ma chiunque fosse interessato ad apprendere questa tecnica modellistica è invitato a visionare questo VIDEO TUTORIAL di Modeling Time appositamente creato.

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Qui sotto troverete l’elenco dei colori utilizzati sul mio modello, in ordine di stesura:

  • Medium Sea Grey – F.S. 36270 – Gunze H-306 per le superfici inferiori.
  • Ocean Grey – F.S. 36152 – Tamiya XF-54 schiarito al 30% con del bianco.
  • Dark Green – F.S. 34079 – Gunze H-309

Ammetto di essere stato un ingenuo credendo di trovare la miglior corrispondenza per le vernici da utilizzare in modo semplice…. In fondo lo Spitifire è uno dei velivoli modellisticamente più riprodotti, no? Bene, mi sono dovuto ricredere immediatamente! La questione sull’esatta tonalità dell’Ocean Grey si dibatte da anni tra gli appassionati ma, a quanto pare, una risposta precisa al problema non si è ancora trovata… mi spiego meglio:

Nel 1941 lo Stato Maggiore della RAF cambiò lo standard mimetico dei propri velivoli passando da uno schema a chiazze di marrone e verde a quello portato dal mio Spitfire; in sostanza il verde rimaneva identico, mentre variavano il grigio scuro (l’Ocean Grey appunto) e il Medium Sea Grey delle superfici inferiori. All’atto del cambio di colorazione, nei magazzini inglesi non era ancora presente il “nuovo” grigio scuro e per questo fu ricavata una tinta simile utilizzando sette parti di Medium Sea Grey, più una parte di nero. Il grigio in questione non diventò quello ufficiale fino al 1945, quando fu disponibile in quantità accettabili e tutti i velivoli della RAF furono riverniciati. Tecnicamente la Tamiya, in occasione dell’uscita del suo nuovo kit dedicato allo Spitfire in 1/32, ha immesso in commercio degli acrilici appositamente dedicati ma, in realtà, il grigio di questa nuova serie di colori è storicamente corretta solo per gli ultimi esemplari operativi durante la WWII e per gli Spit più tardi come quelli motorizzati Griffon.

Per farla breve, ho preferito ricreare il colore partendo da una base di XF-54 Tamiya schiarito con del bianco opaco al 30% circa. Quest’ultimo, come del resto tutte le altre tinte della mimetica, sono state solo la base iniziale su cui poi applicare vari strati di post shading e ricreare il grado d’invecchiamento che potete vedere nelle foto del lavoro completo.

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Il timone di profondità presenta il caratteristico motivo a bande rosse e bianche introdotte a partire dalla Prima Guerra d’Indipendenza israeliana. Ho preferito realizzarlo ad aerografo (piuttosto che utilizzare la decal inclusa nel set di cui vi parlerò fra breve) passando prima il bianco opaco Tamiya che ha fatto da base anche per il Rosso F.S. 11136, Gunze H-327.

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In rosso anche l’ogiva dell’elica ad eccezione del piatto, in bianco opaco.

L’ultima nota riguarda il vano armi, i cerchioni e le gambe di forza del carrello, particolari tutti verniciati in White Alluminium dell’ALCLAD.

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Decalcomanie:

L’esemplare da me scelto è il 26/2011, uno dei primi Spit giunti in Israele con l’operazione Velveta I, messa in atto dalla IAF per trasportare nel modo più veloce i nuovi velivoli in patria.

A tale scopo furono inviati in Cecoslovacchia tecnici, specialisti e un piccolo nucleo di piloti per prendere confidenza con il nuovo aereo e conseguire la necessaria abilitazione. Mentre i meccanici erano oramai dei veterani con anni di servizio sulle spalle, i piloti erano per lo più dei neo brevettati con limitata esperienza e pochissime ore di volo. Il loro compito iniziale era quello di prendere in carico i velivoli e portarli in volo in Israele con dei lunghi trasferimenti detti “ferry flights”. Tra le nuove leve vi era anche Dani Shapira (che in seguito divenne uno degli ufficiali con più esperienza nella IAF e, più tardi, collaudatore) cui fu assegnato proprio lo Spit numero 26. Ami Roch, specialista incaricato di quell’esemplare, notando la giovane età del graduato, dipinse sotto all’abitacolo una fenice che stringeva, tra gli artigli, uno Spitfire egiziano. Lo stemma era un buon auspicio “per i giovani piloti che affrontarono quel lungo e pericoloso viaggio” (come disse anni più avanti lo stesso Roch), ma simboleggiava anche il nuovo stato d’Israele che, come la fenice, risorgeva dalle proprie ceneri per un futuro migliore.

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Il foglio decalcomanie da me scelto è un prodotto della Sky’s Decal intitolato “The First IAF Fighters” (codice 48021). Con esso si possono realizzare i primi AVIA S-199 in carico ad Israele, più i Mustang e lo Spitfire oggetto di quest’articolo. Le decal sono di buona qualità, anche se reagiscono con difficoltà ai liquidi ammorbidenti della Microscale; sconsiglio, inoltre, di utilizzare il più aggressivo Mr.Mark Softer perché tende a sciogliere i colori delle insegne (in particolare il blu delle Stelle di Davide).

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Ovviamente, prima di apporre le decal, è importante preparare il fondo con almeno quattro mani di trasparente lucido della Gunze molto diluito. La superficie liscia ha aiutato anche la stesura dei lavaggi; i colori da me scelti sono stati tre:

  • Grigio scuro sull’Ocean Grey.
  • Bruno Van Dyck sul verde.
  • Grigio medio per le superfici inferiori.

Montaggio finale:

Giunto finalmente alla fase finale della costruzione, mi sono dedicato alla preparazione degli ultimi particolari; gli pneumatici in resina sono stati separati dalla base e verniciati con il Gunze H-77 (la parte di gomma) e in White Alluminium Alclad il cerchione.

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Le pale dell’elica, anch’esse in resina, sono state raddrizzate poiché leggermente curve verso l’interno: a tale scopo le ho immerse per qualche secondo in acqua calda e le ho forzate in posizione. Successivamente le ho verniciare in NATO Black della Tamiya con le tip in giallo Gunze H-329. Per completarle e simulare l’usura e la sporcizia che si accumula durante la rotazione, ho spruzzato delle linee sottili in grigio chiaro molto diluito con l’aerografo molto vicino ai pezzi.

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Il colore dei fumi di scarico è stato un bel dilemma che mi ha portato via parecchio tempo in ricerche e controllo della documentazione. Tutte le immagini oggi disponibili riguardanti gli Spit israeliani sono in Bianco/Nero, quindi rimane molto difficile interpretare la tonalità che assumeva l’exhaust smoke; quello che s’intuisce è che esso era sicuramente molto chiaro, con molta probabilità tendente al marroncino, e investiva un’area molto vasta ai lati della fusoliera (di certo gli specialisti non perdevano molto tempo per lavare e ripulire i velivoli impegnati nel conflitto contro l’Egitto!).

I Merlin montati sugli esemplari IAF erano motori con parecchie ore di volo e molto sfruttati. E’ molto plausibile, quindi, pensare che i cilindri presentassero un consumo delle fascette raschia aolio elevato; senza entrare troppo nel merito, tecnicamente queste fascette hanno la medesima funzione che svolgono anche nei motori delle nostre macchine, ossia raschiare via l’olio che lubrifica la camera del cilindro ed evitare che esso sia poi risucchiato dagli scarichi ed espulso attraverso gli scarichi.

In definitiva, il colore giallastro/marroncino (da me riprodotto schiarendo con varie percentuali di bianco il Tan Gunze H-310) era dovuto dalla quantità (variabile) di olio che trafilava nella camera di combustione e veniva poi volatilizzata dagli scarichi.

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Il traliccio dell’antenna originale, seppur corretto nelle forme, è troppo spesso e fuori scala e ho preferito sostituirlo con un bellissimo aftermarket della Quickboost (codice QB48319).

Ricordatevi che gli Spitfire Mk.IX (unica eccezione gli esemplari russi) non presentavano più il cavo che si ancorava dal menzionato traliccio fino alla sommità della deriva (dalla versione Mk.II in poi la radio fu sostituita e l’apparato non necessitava più di quest’accorgimento tecnico).

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Lo specchietto retrovisore (del tipo tondo) del kit, enorme rispetto alle proporzioni del modello, è stato scartato e sostituito da uno in fotoincisione della Eduard (tratto dal set 48409). La carenatura aerodinamica “bombata” nel retro dello specchio, l’ho riprodotta con una goccia di Kristal Kleer. In alcune immagini pubblicare sul citato libro di Alex Yofe, il mio esemplare era addirittura sprovvisto dello specchio, poi reintegrato come si può notare nelle immagini che lo ritraggono in un periodo più tardo. Un’ultima mano di opaca stesa su tutto il modello, l’aggiunta della luce di navigazione dietro all’abitacolo, del tettuccio rigorosamente in posizione aperta, dei piani di coda e del ruotino hanno decretato la fine del mio lungo e, lo ammetto, faticoso lavoro.

In conclusione posso dirvi che, per uno come me abituato a maneggiare e modellare jet moderni, costruire un aereo storico è stato azzerare le mie conoscenze (tecniche e storiche) e iniziare da capo! Devo dire, però, che mi sono divertito molto e la soddisfazione di portare a termine un modello super dettagliato con una livrea insolita e accattivante come quella israeliana mi ha dato una grande soddisfazione.

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Un saluto a tutti e buon modellismo. Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

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2 COMMENTI

  1. Un articolo tanto lungo quanto interessante, Valerio.
    Da salvare come futuro riferimento per fare un Tamiya 1/32!
    Complimenti vivissimi. P.

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