The MIG Killer – F-4 J “Phantom” dal kit ESCI in scala 1/48.

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Forse qualcuno mi prenderà per matto, ma posso dire che alcune scatole di montaggio sono come il buon vino: più invecchiano e più diventano pregiate! Detto da me che sono un perfetto astemio, potrebbe sembrare un’affermazione un po’ azzardata, ma il modello che vi sto presentando rispecchia a pieno questo principio.

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Per essere un kit con almeno trent’anni sulle spalle, l’F-4 della Esci è davvero bellissimo: pannellature perfettamente incise (forse solo un pochino troppo profonde) ma, soprattutto, forme e dimensioni talmente corrette da far impallidire anche i ben più blasonati Hasegawa. Le note negative arrivano quando si osservano più da vicino i dettagli dell’abitacolo e degli scarichi, che di sicuro sono le zone che risentono di più della vecchia concezione del modello, e che hanno bisogno di estesi interventi di restauro per essere presentabili. Ad ogni modo non mi sono lasciato impaurire ed ho accettato comunque la sfida, conscio delle soddisfazioni che ne potevano derivare.

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Il modello:

Il kit in mio possesso (numero 4067) richiede un breve discorso introduttivo poiché esso è dedicato allo special color “Bicentennial” creato per festeggiare i duecento anni dalla dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America. In realtà questo Phantom era fondamentalmente un J, ma portava sotto al muso il vecchio illuminatore a infrarosso tipico delle precedenti versioni B ed N. Dopo una breve fase di studio ho potuto costatare che tutte le parti tipiche della variante J (in primo luogo i piani di coda con bordo di entrata “slotted” e rigonfiamenti alla radice alare installati per ampliare l’alloggiamento degli pneumatici ad alta pressione) erano presenti, ed apportando soltanto piccole modifiche minori era possibile tirare fuori un bel fantasma dell’US Navy.

Foto 3

Il montaggio:

Prima di iniziare le fasi di montaggio, mi sono attrezzato per l’impresa acquistando due indispensabili set in resina: gli scarichi Aires (codice 4118) e il cockpit della Legend Productions Korea (codice LF4027) ideato però per l’F-4 Hasegawa. Proprio da quest’ultimo hanno avuto inizio le mie fatiche, eseguendo le iniziali prove a secco per verificare l’inserimento dell’abitacolo nel proprio alloggiamento. Grazie alle forme più “capienti” del kit ESCI, la vasca s’inserisce senza problemi sia in larghezza sia in lunghezza; qualche difficoltà in più s’incontra invece in altezza, dove il blocco di resina va inevitabilmente a toccare contro la parte inferiore della fusoliera che racchiude in sé anche il pozzetto del carrello anteriore (pezzo cinquantotto). Munito di mascherina protettiva e di un trapanino elettrico, ho eliminato quanto più materiale possibile in eccesso dalla resina e dalla plastica, riducendo il pavimento della cabina e del vano a un sottile velo! Superato questo primo inconveniente che mi ha portato via parecchie ore di lavorazione, ho incollato provvisoriamente la vasca al suo posto con pezzi di nastro adesivo, ed effettuato delle prove di allineamento con i due cruscotti: quello del WSO rispetta perfettamente le dimensioni in larghezza, ma necessita di un aggiustamento nella sua parte posteriore eliminando circa due millimetri. Quello del pilota presenta invece un paio di problemi: la palpebra è più corta di circa un millimetro, mentre il pannello strumenti è più piccolo di 1,5 millimetri verso il basso, e apre un anti estetico vuoto tra le consolle laterali.

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Al primo inconveniente non ho posto rimedio, dopo aver verificato che l’effetto visivo era comunque buono una volta installato il parabrezza al suo posto; come soluzione al secondo, ho incollato alla base del cruscotto un pezzo di profilato Evergreen di sezione quadrata, allungandolo, di fatto, di un millimetro. Alle paratie laterali può bastare qualche colpo di lima e un po’ della nostra pazienza per essere collocate correttamente nei loro spazi. Dopo gli ultimi ritocchi, la zona è stata completamente verniciata in Grey FS36375, ad eccezione delle consolle e dei quadranti della strumentazione dipinti in Nato Black Tamiya (un nero molto desaturato, ottimo per rispettare l’effetto scala), e sottoposta a un pesante invecchiamento con colori a olio (in questo caso ho utilizzato un grigio molto scuro fatto scendere per capillarità nei vari interstizi) e dry brush in grigio chiaro ripassato più volte fino a ottenere l’effetto desiderato. La paretina destra nell’abitacolo posteriore era imbottita di stoffa, ricreata in Olive Drab e in seguito lumeggiata con varie tonalità di verde più chiaro per mettere in risalto il dettaglio del tessuto.

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I bottoncini delle plance sono stati dipinti con la punta di uno stuzzica dente imbevuto di grigio, rosso e giallo per dare un po’ di colore al tutto, mentre gli strumenti sono stati ricavati con la seguente metodologia: per alcuni può bastare il semplice pennello asciutto per porre in rilievo le lancette già stampate, per altri ho punzonato tramite una fustellatrice gli indicatori forniti nelle decalcomanie originali per poi collocarli all’interno dei rispettivi riquadri. I seggiolini eiettabili Martin Baker Mk.7 hanno la struttura in NATO Black, il cuscino in Olive Drab e le cinture di sicurezza in Dark Green Gunze H-64. Le leve di espulsione, auto costruite utilizzando un filo elettrico di rame di diametro appropriato, e alcune targhette di attenzione in rosso hanno completato il tutto.

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Terminato il lungo lavoro di adattamento dell’abitacolo, le mie attenzioni si sono rivolte agli scarichi che sul kit sono in pratica inesistenti! Tutto ciò che possiamo trovare, sono dei bruttissimi petali che assomigliano solo lontanamente a quelli del glorioso J-79, e una paratia che chiude completamente la fusoliera. La prima operazione è stata quella di “bucare” ed eliminare tutta la plastica in eccesso, per far spazio ai due tubi in resina dell’Aires che rappresentano l’interstadio finale dei motori. Essi sono stati incollati all’interno della carlinga con l’ausilio di alcuni blocchetti e spessori di plasticard, che mi hanno permesso di allinearli correttamente e di rendere la presa più salda. Fatto questo, ho finalmente intrapreso il montaggio vero e proprio del modello: l’unione tra le due semifusoliere scorre liscia come l’olio limitando davvero al minimo l’uso dello stucco; il complesso alare fa un po’ di fatica a incastrarsi correttamente, ma nonostante tutto non crea delle giunzioni esageratamente profonde. Per riempirle ho utilizzato come mio solito il Milliput, modellato in salsicciotti spinti all’interno del gap aiutandomi con una piccola spatola. L’eccesso di filler è stato poi rimosso con una pezzetta inumidita con acqua, e senza usare alcuna carta abrasiva che avrebbe di sicuro deturpato l’ottimo dettaglio di superficie del modello.

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Le note dolenti arrivano quando si deve assemblare il suddetto pezzo numero 58 (quello che rappresenta la parte inferiore della fusoliera) poiché questo è più corto in larghezza e in lunghezza: lungo la giunzione longitudinale, il suo difetto viene ulteriormente accentuato dal complesso dell’abitacolo che spinge inevitabilmente verso il basso impedendogli di aderire completamente alla fusoliera stessa. L’unica soluzione attuabile è quella di incollarlo saldamente con del ciano acrilico (abbondate pure per avere un’unione forte), aspettare che la colla si asciughi completamente, carteggiare con grane abrasive grossolane, limitare al minimo la fessura… e per finire, utilizzare una “colata edilizia” di stucco sperando di nascondere tutto il lavoro di carpenteria modellistica che avete compiuto fino a questo punto! Lungo la giunzione trasversale (quella che si unisce alla parte inferiore dell’ala – parte numero 22), il pezzo lascia una tremenda fessura larga circa 2 millimetri, che deve essere sanata inserendo dei listelli di plasticard al suo interno e stuccando tutto preferibilmente con lo stesso ciano acrilico; Il radome, forse anche a causa del montaggio molto impegnativo e poco preciso, è leggermente fuori sagoma, ma può essere facilmente raccordato con una leggera carteggiata e un attento uso dello stucco. Prima di montarlo però, ricordatevi di inserire al suo interno un po’ di piombini da pesca per appesantirlo ed evitare che il modello finito si sieda sulla coda. Nemmeno le prese d’aria (dipinte in bianco al loro interno) sono esenti da pesanti difetti che formano degli accentuati scalini, eliminabili con la solita carta vetrata e qualche pezzo di plasticard sistemato nei punti giusti.

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Con il modello completo al novanta percento, mi sono dedicato alla realizzazione di piccoli particolari: i due pitot inseriti nel bordo di attacco della deriva, li ho ricavati da un ago ipodermico di una siringa. Sempre sulla deriva, è presente una luce di navigazione rossa che la ESCI ha completamente tralasciato; questa l’ho realizzata incidendo nella plastica l’alloggiamento mediante una lima piatta, e riproducendo il vetro con una scheggia di sprue trasparente incollato con ciano e carteggiato fino a ottenere la corretta forma. Una lucidata con pasta abrasiva fine ha poi completato l’opera. Sotto le prese d’aria ho ricreato due piccole antennine ECM (controllate bene la documentazione poiché esse hanno forme differenti) ricorrendo al provvidenziale plasticard con spessore 1 millimetro. Inoltre, sul dorso alare sono presenti due bugne di forma rettangolare che ho riprodotto incollando due pezzi di plasticard, cui ho smussato e stuccato i bordi accuratamente. Anche in questo caso è molto importante consultare la documentazione per individuare la posizione dei suddetti rigonfiamenti; io, per facilitarmi il lavoro, mi sono regolato prendendo come punto di riferimento le linee delle pannellature.

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Dulcis in fundo, veniamo ai trasparenti… altra situazione complicata da cui sono dovuto uscire con interventi alquanto invasivi. Inizio subito col dire che sia il parabrezza, sia il montante fisso tra i due abitacoli, sono più stretti di un millimetro per parte rispetto alla loro sede. Che fare? L’espediente più ovvio è stato quello di inserire tra i canopy e la fusoliera, una sottile striscia di plasticard da 0,1 millimetri posta in modo da creare uno spessore che raccordasse i due componenti. Ho preferito incollare le striscioline con dell’Attack per assicurare una presa salda, senza preoccuparmi più di tanto dei vapori opacizzanti poiché le successive operazioni di stuccatura e lisciatura hanno comunque compromesso la trasparenza dei vetrini. Per ripristinarla, li ho carteggiati con grane man mano sempre più fini, lucidato la superficie con il Tamiya Rubbing Compound (gradazione Coarse, Fine e Finish), e spruzzato su tutto un paio di mani ad aerografo della mitica cera Future che ha ridato la giusta brillantezza alle parti.

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Prima di procedere con la fase di verniciatura, ho completato il lungo stadio del montaggio re incidendo quei piccoli pannelli d’ispezione circolari che vedete sulla gobba e aggiungendo al cockpit numerosi fili di rame per simulare i cavi e le tubazioni che collegano gli strumenti alle apparecchiature avioniche. Inoltre, sempre in accordo con la documentazione, ho ricreato qualche dettaglio sui montanti dei tettucci del pilota e del navigatore utilizzando allo scopo del nastro di alluminio che normalmente viene sfruttato per lavori d’idraulica. Questo nastro, oltre ad essere adesivo, si può facilmente “cesellare” per creare, ad esempio, le tipiche rivettature presenti sui frames… lo potete reperire nei negozi di bricolage (io l’ho acquistato presso Leroy Merlin).

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Verniciatura e decalcomanie:

Scartata immediatamente l’ipotesi di realizzare l’esemplare commemorativo proposto dalla scatola (forse uno degli special color più pacchiani mai visti!), la mia scelta è ricaduta ovviamente su un esemplare ben più operativo della marina americana. Per fortuna il mercato degli aftermarket offre davvero una larga scelta di soggetti interessanti e molto appariscenti, ma purtroppo le mie preferenze sono state drasticamente ridotte da un piccolo ma importante particolare: nel kit non sono ovviamente presenti le bugne delle antenne ECM che furono installate sulle prese d’aria delle versioni più tarde dei Phantom, e “upgradate” anche su alcuni esemplari dei primi lotti costruttivi. Inevitabilmente, dopo una lunga ricerca eseguita su Internet, ho dovuto selezionare il foglio decal della Microscale (codice 48985) riguardante un velivolo sprovvisto dei suddetti dispositivi di disturbo elettronico. Il prodotto della ditta statunitense è comunque molto allettante perché ci permette di ricreare un autentico MIG Killer, l’F-4J Bu.No 157293 del VF-31 sul quale il CDR Sam Flynn e il Lt. Bill Jhon riportarono l’unica vittoria dei Tomcatters ai danni di un Mig-21 vietnamita, il 21 giugno del 1972.

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Lo schema mimetico era il classico in uso in quegli anni, con superfici superiori in Gull Gray FS.36440 (ad eccezione dei flap, del timone di profondità e dei piani di coda in bianco), e superfici inferiori completamente in Gloss White. Una piccola curiosità riguarda il radome: nel periodo della crociera operativa in Vietnam, i velivoli del VF-31 lo avevano bianco. Durante le operazioni, dove si preferiva avere degli aerei “ready for the next Alpha Strike”, capitava spesso che per motivi di manutenzione i musi fossero scambiati di frequente con quelli dello squadron gemello a bordo della Saratoga – il VF-103 “Slugger”, che al contrario li aveva in nero. Per qualche tempo quindi, il velivolo di Flynn mantenne questo radome, passando poi alla storia in questa atipica (secondo me molto più bella) configurazione.

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La plastica di colore blu mi ha costretto a stendere più mani di colore per ottenere una buona copertura, ma dal fondo scuro ho tratto un vantaggio eseguendo una sorta di pre shading inverso: in pratica ho riempito con il colore di fondo l’interno delle pannellature, lasciando un bordo non verniciato all’esterno. In seguito, con la tinta più diluita, ho steso uno strato più leggero lasciando trasparire in sottofondo solamente un’ombra che ha contribuito all’iniziale weathering del modello. In seguito con il colore di base schiarito con del bianco, ho eseguito le classiche operazioni di post shading aumentando il contrasto tra il centro e il bordo delle pannellature.

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Per la zona degli scarichi ho usato un mio personalissimo metodo: per prima l’ho verniciata con una prima passata di Alluminio 11 Humbrol; fatto questo, aiutandomi con pezzetti di Post-It ritagliati (uso questo espediente poiché il potere adesivo dei fogli è tale da non intaccare la vernice metallica molto delicata) e utilizzati come mascherina, ho spruzzato sulle piastre vari pigmenti tra cui un sottile velo di Black e Smoke Tamiya estremamente diluiti. Su altre ho preferito stendere una leggera mano di Burnt Metal e Jet Exhaust dell’Alclad, in modo da avere una varietà cromatica elevata e riprodurre realisticamente le sollecitazioni alle alte temperature dei vari materiali. I petali del J-79 sono stati verniciati in Jet Exhaust Alclad, ma delle leggere sbruffate di grigio chiaro e nero (sempre molto diluiti) hanno caratterizzato di più l’effetto “cottura” delle lastre di titanio.

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Per non perdere l’eccezionale dettaglio del set Aires, ho eseguito un dry brush in alluminio per caratterizzare i rivetti e i meccanismi di variazione dell’apertura dei flabelli. Giunto a questo punto, ho steso tre mani di trasparente lucido Gunze, per preparare il fondo al posizionamento delle decalcomanie e dei lavaggi. Questi ultimi sono stati eseguiti con un grigio non troppo scuro su tutto il modello, ad eccezione degli scarichi su cui ho preferito passare il classico Bruno Van Dyck simulando tracce di olio e di liquidi dei sistemi idraulici. E veniamo ora alle insegne: probabilmente quelle da me acquistate dovevano essere abbastanza vecchie poiché, una volta immerse in acqua, tendevano ad arricciarsi e a lacerarsi in più punti costringendomi a un tedioso lavoro di ricomposizione. Come se non bastasse, esse non reagivano correttamente ai liquidi ammorbidenti rimanendo molto rigide. Per ovviare a quest’ennesimo inconveniente ho utilizzato il Mr.Mark Softer della Gunze spennellato più volte sulle decal e, successivamente, con la punta molto affilata di uno stuzzica dente le ho incise delicatamente lungo le pannellature per far riapparire il dettaglio di superficie sottostante.

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Vi do poi un suggerimento: per mascherare un pochino le inevitabili “magagne”, ho utilizzato il Red H-3 Gunze poiché la tonalità si avvicina molto a quella delle decalcomanie rosse. Un’ultima mano di lucido ha sigillato tutto il lavoro svolto fino a questo momento….

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Ultimi dettagli:

Prima di elencare le ultime fasi della lavorazione, vorrei spendere due righe sulla configurazione dei carichi esterni: anche in questo caso la scelta è stata molto forzata dalla totale assenza delle rotaie per i missili Sidewinder; nella maggior parte delle immagini da me studiate, ho notato che esse erano di solito installate, anche se spesso non vi era nessun ordigno agganciato. Inoltre ho potuto notare che, normalmente, i Phantom U.S. Navy utilizzavano sia i serbatoi sub alari sia quello ventrale da 1500 litri. Quest’ultimo viene fornito, mentre per i restanti ho recuperato due “copie” tratte da una scatola Hasegawa. Per non lasciare totalmente spogli i piloni interni, ho aggiunto il piccolo “zoccolo” su cui s’innestava il TER (Triple Ejector Rack), ma dopo numerose prove a secco ho costato che non è possibile montare anche gli ordigni poiché l’altezza da terra del modello è troppo ridotta; alla fine ho preferito lasciare tutto così come lo vedete in foto. Anche gli alloggiamenti ventrali sono rimasti vuoti, sempre in accordo con la documentazione in mio possesso, poiché al massimo erano montati due soli Sparrow nelle “load stations” più avanzate sotto la fusoliera.

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Detto questo, non rimane che incollare gli ultimi particolari: una piccola antennina a lama sulla gobba, i carrelli, i portelloni, il terminale del tubo di pitot della deriva (ricavato da un pezzo di sprue stirato a caldo), i piani di coda e ovviamente gli pneumatici. Scartati prontamente quelli originali perché sbagliati, ho acquistato il set in resina della True Detail (numero 48051) che li fornisce stampati già con lo scenico “effetto peso”. Con il modello praticamente ultimato ho steso l’ultima mano di trasparente, questa volta opaco, a tutte le superfici ad eccezione del radome: esso, infatti, era ricoperto da un materiale dielettrico che reagiva meno all’intemperie preservando più a lungo la sua finitura lucida. Lo strato opaco ha, come solito, “appiattito” un poco il pre e post shading, per questo ho ricaricato l’aerografo con il 36440 schiarito in precedenza utilizzato, ed ho ripassato di nuovo le pannellature ove occorreva. Per simulare lo sporco sulle superfici inferiori bianche e sui carichi esterni invece, ho utilizzato il Grey 36320 spruzzato a “macchie”.

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Foto 22

Già che c’ero, ho anche desaturato le decalcomanie creando una patina biancastra per simulare l’impietoso scolorimento dovuto alla salsedine. Ora non rimanere che “scartare” i canopy dalle loro mascherature, aggiungere sui montati interni di quello anteriore degli specchietti retrovisori in fotoincisione, disporre i seggiolini… e il modello è pronto per occupare il suo posto nella mia vetrina sempre più affollata! Buon modellismo e buon divertimento a tutti. Valerio – Starfighter84.

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Foto del montaggio (clicca per ingrandire):

CIMG2913 CIMG2918 DSC_3492 DSC_3541 DSC_3546 DSC_3552 DSC_3561 DSC_3562 DSC_3568 DSC_3573 DSC_3585 DSC_3597 DSC_3649 CIMG3032 CIMG3093 CIMG3095 CIMG3106 CIMG3110 CIMG3112 Phantom ESCI Phantom ESCI Phantom ESCI Phantom ESCI CIMG3733 CIMG3736 CIMG3742 CIMG3747 Phantom ESCI Phantom ESCI CIMG3781 CIMG3783 Phantom ESCI Phantom ESCI


Tabella Conversione Colori:

Colore

Federal Standard

Gunze

Tamiya

Humbrol

Light Grey

36440

H-325

XF-55

129

White

37875

H-11

XF-02

34

Medium Grey

36375

H-308

XF-19

127

Dark Green

34079

H-64

XF-13

116

Olive Drab

34086

H-78

XF-62

66

2 COMMENTI

  1. Bravo, bel lavoro, è un kit che ho pure io e che prima o poi faro rigorosamente con la colorazione del bicentenario. Per il cockpit, è possibile usare anche quello Aires o non si adatta bene?
    Ciao

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