Operation “Praying Mantis” – A-7 E Corsair II dal kit Hasegawa in scala 1/48.

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Da circa due anni, nella community di Modeling Time, è consuetudine l’istituzione di un “Group Build” che permetta a tutti gli appassionati di riunirsi virtualmente sotto a un comune denominatore. Un Group Build (o per maggiore comodità di scrittura – “GB”) è un evento a partecipazione libera che prevede la scelta di un tema su cui i modellisti possano confrontarsi e, nello stesso tempo, scambiarsi pareri e opinioni per accrescere ulteriormente le proprie esperienze.

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Dopo una votazione aperta a tutti, il GB “U.S. Navy” è stato il più votato tra gli utenti ed è stato prescelto come filo conduttore per il gruppo di lavoro del 2010. Non nego che la Marina Militare americana da sempre mi affascina per la varietà e la bellezza dei velivoli che impiega, e per l’alta tecnologia che essa racchiude. Vedere un aeroplano di svariate decine di tonnellate impattare con violenza sul ponte di una portaerei e arrestarsi, nello spazio di pochi metri, grazie ad un gancio e uno spesso cavo di acciaio… bè, solo al pensiero si rimescolano tutte le mie più profonde e recondite “voglie modellistiche”!

Eccomi qui per presentare il mio ultimo lavoro nato grazie al nostro contest: un A-7 E Corsair II dal kit Hasegawa in scala 1/48.

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Un po’ di storia…

14 aprile 1988. L’incrociatore USS Samuel B. Roberts era impegnato nel Golfo Persico nell’ambito dell’operazione “Earnest Will” che prevedeva la scorta, da parte della Marina Militare americana, di petroliere kuwaitiane per proteggerle da possibili attacchi delle forze navali iraniane.

Mentre era in navigazione in acque internazionali, l’USS Roberts colpì una mina iraniana che esplose sotto la chiglia provocando gravi danni alla nave. Fortunatamente non vi furono vittime (ma ventisette feriti) tra i membri dell’equipaggio, ma l’unità dovette essere rimorchiata a Dubai, dove giunse due giorni dopo – il 16 aprile.

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A seguito di questo incidente, alcuni subacquei dell’U.S. Navy setacciarono l’area costatando la presenza di svariati ordigni sottomarini piazzati già dal settembre del precedente anno. Come risposta a quest’atto bellico da parte delle forze militari iraniane, il governo americano pianificò immediatamente una rappresaglia contro importanti obiettivi nemici presenti nelle acque del Golfo Persico e, il 18 aprile 1988, ebbe ufficialmente inizio l’operazione “Praying Mantis” – Mantide Religiosa.

La Settima Flotta, con a capo l’U.S.S. Enterprise, venne immediatamente rischierata nel teatro d’operazione; gli obiettivi da colpire furono individuati in due piattaforme petrolifere che fungevano da base di supporto per le navi impegnate nella posa delle mine, e un paio di fregate classe “Saam” che erano state già protagoniste di alcune azioni contro la flottiglia mercantile e le super petroliere che transitavano nel tratto di mare di fronte alle coste dell’Iran.

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Due cacciatorpediniere e la nave da sbarco U.S.S. Trenton assaltarono la piattaforma “Sassan”, mentre un altro gruppo composto di un incrociatore e due fregate attaccò l’altro bersaglio – la piattaforma “Siri – D”.  Dopo una ricognizione per costatare l’entità dei danni, una squadra dei Marines piazzò delle cariche esplosive sui piloni portanti della “Sassan” allo scopo di renderla definitivamente inutilizzabile quando, in pochi minuti, sopraggiunsero sul luogo svariati motoscafi armati classe “Boghammer” iraniani provenienti dal porto dell’isola di Abbar Mussa.

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Immediatamente furono lanciati dal ponte dell’Enterprise, due gruppi d’attacco formati da un misto di A-6 Intruder del VA-95 “Green Lizards” e da A-7 E del VA-22 “Redcocks”. Le agili e veloci imbarcazioni nemiche furono quasi totalmente distrutte mediante l’utilizzo di bombe Cluster e, la rimanente parte, invertì la rotta rientrando in porto. A questo punto, le fregate iraniane “Sahand” e “Sabalan” furono gettate nella mischia con l’ordine di attaccare alcune unità americane distaccate dalla zona di combattimento; due A-6 del VA-95 individuarono le navi avversarie e ne comunicarono immediatamente la posizione al comando operazioni dell’Enterprise. Dalla “super carrier” americana furono lanciati altri due gruppi (questa volta di soli Corsair del VA-22) ed entrambe gli squadron contribuirono alla totale distruzione della “Sahand” utilizzando ordigni Mk.82 da 500 libbre, Mk.83 da 1000 libbre e bombe teleguidate AGM-62 Walleye.

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Stessa sorte toccò alla “Sabalan”, una delle unità più moderne e avanzate della marina iraniane, colpita da una singola GBU-10 a guida laser lanciata da un Intruder del VA-95. Con la poppa già semi-affondata e incapace di muoversi, la fregata stava per essere distrutta da una nuova sortita da parte degli A-7 dei “Redcocks”, ma l’intervento dell’allora segretario della difesa, Frank Carlucci, annullò l’ordine di attacco facendo rientrare tutti i velivoli all’Enteprise.

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Il bilancio, al termine delle operazioni, vide il danneggiamento delle infrastrutture navali e d’intelligence delle due piattaforme petrolifere iraniane, rese inutilizzabili, e l’affondamento di almeno sei motoscafi armati. La Sabalan, riparata nel 1989 e in seguito aggiornata, presta ancora servizio nella Marina iraniana. In sintesi, l’Iran perse una nave da guerra di grande stazza e una più piccola cannoniera. Le piattaforme, in seguito riparate, sono tornate (e restano tutt’oggi) in servizio.

L’Operazione Praying Mantis è ricordata tuttora come la più grande azione aeronavale americana dalla Seconda Guerra Mondiale, e contribuì a spingere l’Iran ad accettare, pochi mesi più tardi, in estate, la tregua con l’Iraq che pose fine a otto anni di conflitto tra i due Paesi.

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Il modello:

Scelta praticamente obbligata per chi vuole riprodurre un A-7 E nella scala del quarto di pollice, il kit dell’Hasegawa è comunque un’ottima base di partenza. Per il mio Corsair II ho scelto la numero P-12, ma una qualsiasi altra scatola per la versione E può andar bene allo scopo.

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Aprendo la confezione si trovano otto stampate in plastica grigia chiara (più una per i trasparenti) con delle pannellature finemente incise e delle bellissime rivettature correttamente posizionate che non appesantiscono per nulla la linea del modello. Inoltre la ditta giapponese offre tutte le superfici di comando e i terminali alari separati dal resto del kit in modo da collocarli a piacimento e contribuendo a dare un gradevole “effetto movimento” al tutto. Da rilevare anche la possibilità di lasciare aperti i vani avionici presenti ai lati della fusoliera, già abbastanza ben dettagliati e rifiniti.

Il mio occhio iper-critico per la qualità del dettaglio è andato subito a osservare la fattura degli interni: per chi volesse procedere con un montaggio da scatola il livello di particolari stampati nel cockpit può essere sufficiente, ma va comunque sostituito il seggiolino perché certamente non all’altezza. Il vano carrello è molto meno particolareggiato e manca anche di parecchi dispositivi tra cui alcune bombole di accumulo aria e dei compressori.

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Non avendo alcuna voglia di cimentarmi in un lungo lavoro di autocostruzione, ho preferito acquistare gli stupendi set in resina commercializzati dall’Aires per il cockpit (codice 4147), wheel bays (codice 4202) e, già che c’ero, non ho potuto desistere nel comprare anche quello dedicato agli avionic bays (codice 4349).

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Lo shopping compulsivo non si è fermato qui: l’enorme presa d’aria dello SLUF (Short Little Ugly Fellow – altro nomignolo affibbiato dai piloti al Corsair) è sicuramente il tratto più caratteristico di tutto l’aereo e per questo ho aggiunto al carrello spesa anche una “seamless intake” della Seamless Suckers – ditta artigianale di Wichita, Texas.

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Cockpit:

Come di consueto, i lavori hanno avuto ufficialmente inizio con l’adattamento del cockpit Aires. Notoriamente gli aftermarket prodotti dalla ditta ceca richiedono particolari attenzioni per aggiustarne le dimensioni e permettere alle parti in resina di entrare nei rispettivi alloggiamenti, ma questa volta sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla precisione delle forme e le modifiche si sono limitate a pochi interventi:

  • Totale asportazione del dettaglio già stampato all’interno della fusoliera mediante una fresa montata su un trapanino elettrico.
  • Eliminazione del pianale di plastica che funge da base per la palpebra del cruscotto originale del kit.
  • Rimozione di almeno un millimetro di resina dal fondo della vasca per far posto al condotto della presa d’aria (di cui parleremo più avanti).

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Eseguite queste tre semplici operazioni non resta altro che passare alla verniciatura, utilizzando il Tamiya XF-66, un grigio leggermente scuro ma che crea un ottimo fondo per i successivi lavaggi e il dry brush. Per le consolle non ho usato il nero “puro” bensì, per rispettare l’effetto scala, ho preferito scegliere il Tamiya Nato Black. Allo scopo di mettere in risalto la miriade di dettagli presenti nella vasca e nelle paratie laterali Aires, ho steso su tutta la zona un “washing” a olio in grigio medio diluendo parecchio il colore e aiutandomi con un pennellino a punta sottile per arrivare anche nei punti più nascosti. Trascorsa qualche ora per permettere una completa asciugatura, ho ripassato l’abitacolo con la tecnica del pennello asciutto eseguita con un grigio molto chiaro (FS 36375). I pulsanti stampati sulle consolle sono stati ritoccati con varie tonalità di grigio, e alcuni dipinti in giallo e rosso per dare un tocco di colore in più.

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Come da tradizione, l’Aires fornisce il cruscotto sotto forma fotoincisione; anch’esso è stato verniciato in Nato Black e sottoposto al solito dry brush in 36375 per mettere per ben evidenziare tutti i quadranti. La strumentazione è stampata su una lastrina di acetato trasparente cui ho dipinto il fondo di bianco per mostrare le lancette. I componenti sopra elencati vanno incollati tra loro a “sandwich” con una spennellata di cera Future (usando l’Attack si rischia di compromettere la trasparenza degli indicatori, se non avete la cera Future meglio utilizzare il Vinavil o il Kristal Clear), e poi uniti al resto della palpebra in resina con una goccia di ciano acrilico.

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Nella confezione l’Aires ha inserito due tipi di seggiolino, sia il Douglas ESCAPAC IG-2, sia lo STENCEL SJU-8 – entrambe utilizzati sugli A-7 E della U.S. Navy ma in due periodi operativi differenti. In accordo con la documentazione in mio possesso, ho scelto l’SJU-8 poiché installato nell’esemplare proposto in quest’articolo.

Per prima cosa ho verniciato il sedile completamente in nero opaco poi, con un pennello, ho dipinto i cuscini e il poggiatesta con del Green Gunze H-64. Le cinture di sicurezza sono anch’esse in fotoincisione e, dopo averle colorate in Olive Drab Tamiya XF-62, le ho incollate con una goccia di ciano acrilico. Ovviamente, per dare maggiore volume alle imbottiture ed enfatizzare i vari meccanismi di eiezione ed erogazione dell’ossigeno, ho fatto ricorso ancora una volta al lavaggio (in Bruno Van Dyck puro) e al dry brush usando il solito 36375. A questo punto ho aggiunto alcuni particolari come i due tubi di pitot ai lati del poggiatesta (quelle due piccole strutture metalliche ai lati– nella realtà erano le sonde anemometriche per il sistema di apertura del paracadute e sgancio del pilota.), la maniglia di espulsione e la leva per la condizione “arm – safe” delle cariche esplosive (quest’ultima riprodotta in scratch con una sezione di rod circolare da 0,2 mm).

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Avionic Bays:

Il montaggio dei vani avionici dell’Aires non presenta alcun problema di sorta. Basterà fresare quelli in plastica del kit e rifinirne bene i bordi con una limetta da unghie.

Gli accessori in resina vanno dapprima incollati in posizione con un’abbondante colata di Attack per poi essere rifiniti dalla parte esterna (quella che si vedrà a lavoro ultimato) con dello stucco liquido Mr. Surfacer della Gunze per chiudere le fessure con la fusoliera che inevitabilmente si formano.

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Andranno poi leggermente smussati gli angoli interni che si trovano verso il muso del modello per permettere al condotto della presa d’aria di infilarsi con maggiore facilità.

Seamless Intake – Seamless Suckers:

L’enorme presa d’aria dello SLUF è sicuramente il particolare che lo caratterizza di più. Lo rende goffo e impacciato a prima vista ma, al contempo, anche molto inconsueto e accattivante. Dal punto di vista modellistico, però, rappresenta un vero e proprio incubo!

Il condotto fornito dall’Hasegawa è diviso in due valve lungo la sezione longitudinale, e già questa scomposizione obbliga a un tedioso lavoro di montaggio e lisciatura della parte interna. Come se non bastasse, il tutto va poi inserito all’interno della fusoliera e raccordato al labbro esterno… insomma, una lavorazione che mette a dura prova la salute psichica di qualsiasi appassionato.

Per non complicarmi ulteriormente la vita (ricordiamoci sempre che il modellismo è un divertimento e tale deve rimanere), mi sono procurato la presa d’aria della Seamless Suckers che, a conti fatti, è l’originale solamente già assemblata, perfettamente stuccata e ristampata in resina in un unico pezzo.

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Il suo inserimento all’interno del modello ha avuto inizio con la rimozione dello zoccolo di colata alla sua base, del dettaglio del pozzetto carrello anteriore e con tantissime prove a secco. Come anche ricordato dal minuscolo foglio istruzioni incluso nella bustina, vanno fresati i quattro perni di riscontro presenti sulla faccia esterna superiore del condotto, pena l’impossibilità di inserire la vasca dell’abitacolo soprastante.

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Essendo l’intake seamless (seamless – senza giunzioni) una copia esatta, s’innesta senza problemi nel suo alloggiamento e non richiede particolari modifiche; la mia unica aggiunta è stata la ventola del primo stadio del propulsore (prelevata da un set Aires dedicato all’exhaust di un F-16) posta a chiusura del “tubo” anche se, a modello ultimato, di quest’accortezza si vedrà quasi nulla.

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Pozzetti carrello:

Sistemato l’abitacolo e la presa d’aria, le mie attenzioni si sono rivolte all’adattamento dei wheel bay anch’essi dell’Aires. Il loro dettaglio è veramente fantastico e all’interno è presente tutta quella “selva” di tubazioni e connessioni idrauliche proprio com’era nella realtà.

Prima di iniziare vi faccio un’importante raccomandazione: non fidatevi delle istruzioni allegate poiché completamente errate! Infatti, nel foglietto, la ditta ceca suggerisce di rimuovere solamente la porzione di plastica che rappresenta il pozzetto del carrello principale ma, in realtà, va anche asportata anche tutta la sezione esterna della fusoliera altrimenti il pezzo di resina non potrà inserirsi correttamente all’interno della carlinga. Molto più facile eseguire la modifica che spiegarla a parole… per questo, ecco delle foto che potranno aiutarvi nella comprensione:

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Per ciò che riguarda il vano anteriore, i provvedimenti da adottare sono i seguenti:

  • Limare leggermente la parte che andrà a contatto con la presa d’aria.
  • Creare uno scasso ai lati come nella foto sottostante.
    • Eliminare i perni di battuta (creati per il corretto posizionamento del pozzetto originale Hasegawa) all’interno della fusoliera.

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Adeguare correttamente tutti gli aftermarket al modello è stata una fase che ha richiesto parecchie ore di lavoro ma, alla fine, vi assicuro che tutte le vostre fatiche saranno ripagate da un livello di dettaglio delle zone interne davvero eccezionale.

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Montaggio:

Operazione iniziale per proseguire nella fase di montaggio è l’unione delle due semi-fusoliere. Prima però va aggiunto lo scarico del motore (dipinto in Gun Metal Tamiya), verniciato il terminale di coda che lo ospita in Zinc Chromate Yellow (Tamiya XF-4) e vanno aperti tutti i vari fori per il montaggio di altri pezzi di cui parlerò in seguito (controllate bene le indicazioni fornite dalle istruzioni a tal proposito).

Per maggiore sicurezza, ho preferito appesantire ulteriormente il muso con alcuni piombi da pesca incollati all’interno del radome con del Vinavil; questa cautela può anche non essere adottata anche perché tutti gli accessori in resina all’interno contribuiscono sufficientemente a mantenere il modello sui tre punti di appoggio, ma perché rischiare?

L’unione della fusoliera non presenta difficoltà particolari e basterà solo un po’ di attenzione in più per allinearla correttamente; anche l’uso dello stucco è limitato e la zona in cui ne sarà necessaria una maggiore quantità è solo quella attorno ai pozzetti carrello poiché maggiormente interessata dalle lavorazioni precedenti.

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I problemi sopraggiungono quando si va ad aggiungere il grande freno aerodinamico sul ventre della carlinga; l’Hasegawa lo fornisce separato e scomposto in modo da poterlo raffigurare in posizione estesa, finezza inutile visto che, a terra, l’enorme “pala” era sempre chiusa. Questo mi ha costretto a un noioso lavoro di montaggio dei vari pezzi che compongono l’aerofreno cercando di essere più preciso possibile negli incastri ma, nonostante l’attenzione, alla fine è stato necessario un bel po’ di stucco e qualche colpo di lima ben assestato per montarlo nella giusta posizione.

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Ai lati della fusoliera erano installate due canaline contenenti vari cablaggi elettronici. Esse sono presenti solamente negli esemplari di produzione tarda, quando furono introdotte delle migliorie e degli aggiornamenti alle apparecchiature avioniche (in pratica all’interno della fusoliera non c’era più spazio disponibile per far passare i cavi e i tecnici della Vought dovettero spostare tutto all’esterno del velivolo).

I “contenitori” sono riprodotti in plastica e corredati di due fotoincisioni che rappresentano le piastre metalliche cui vanno fissati. Il problema è che i pezzi PE (photo etched) dell’Hasegawa non sono fatti di ottone come normalmente avviene, bensì di Alpacca – una lega metallica costituita da Rame, Zinco e Nichel che non va per niente d’accordo con i collanti che usiamo nel modellismo. Per ovviare almeno in parte al problema, i pezzi in Alpacca vanno prima scaldati per bene e immediatamente immersi in acqua fredda.. una vera e propria forgiatura allo scopo di renderli più rigidi e per eliminare il primo strato di Zinco che non permette alle colle di “aggrapparsi”; successivamente è meglio carteggiarne la superficie fino a scoprire l’anima di rame.

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Dopo aver svestito i panni di un improvvisato fabbro, ho incollato le canaline e le piastre utilizzando l’Attack in gel poiché sotto questa forma è più elastico e resistente alle manipolazioni. Nonostante tutto, alla fine i pezzi si sono staccati più di una volta dalla loro posizione… sul prossimo Corsair eviterò accuratamente di utilizzarli!

A questo punto mi sono dedicato alla stuccatura della presa d’aria, già in precedenza montata ma non ancora sistemata. Devo ammettere che, forse, questa è stata la fase più complicata di tutto il modello proprio perché, a causa dello spazio ristretto, non è stato facile lavorare all’interno del condotto. Aguzzando un pochino l’ingegno, mi sono ricreato ex-novo degli strumenti per la lisciatura del mastice: la punta del manico di un pennello rivestita di carta vetro per lo sgrosso, il lato più squadrato di una limetta di ferro (sempre avvolta di carta vetrata) per la rifinitura. A completare l’opera (da vero e proprio cesellatore), ho lucidato tutta la zona con un cotton fioc imbevuto di pasta abrasiva Tamiya Rubbing Compound nelle gradazioni Course, Fine e Finish.

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Altra nota dolente del kit è la giunzione ali-fusoliera. Abbastanza precisa nella parte inferiore, sulla gobba il complesso alare rimane fuori sagoma di circa un millimetro e, oltretutto, forma delle fessure molto larghe purtroppo; come prima precauzione ho aggiunto un listellino di plasticard nell’incastro sotto la deriva per permetterne un miglior allineamento. Ecco una foto:

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In seguito ho allargato lo scasso delle ali in questi punti:

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Per raccordare tutte le giunzioni ho preferito evitare l’utilizzo del classico stucco preferendo a esso la colla ciano acrilica (l’Attack) poiché, una volta asciutta e carteggiata, assume la medesima consistenza della plastica. Ovviamente, l’esteso utilizzo della carta abrasiva per cercare di pareggiare più possibile i dislivelli ha fatto si che la maggior parte delle pannellature presenti nella zona andassero perse. Nei punti più esposti però, avevo preventivamente ripassato le incisioni e le rivettature mediante uno scriber per renderle più profonde; grazie a quest’accorgimento ho evitato che il dettaglio di superficie sparisse completamente, lasciando così una “traccia” su cui appoggiare l’incisore.

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Per la giunzione inferiore ali-fusoliera ho utilizzato il mio solito metodo del Milliput modellato in “salsicciotti” da spingere bene dentro al gap con uno stuzzicadenti. Poi, con una spugnetta imbevuta di acqua, ho tirato via l’eccesso di bi-componente e lisciato la stuccatura ottenendo un ottimo risultato con il minimo sforzo: neanche l’ombra di una carteggiatura!

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A questo punto il montaggio si può ritenere quasi terminato, basta solamente aggiungere la sonda per il rifornimento in volo, lo scarico dell’APU (pezzo B3), rifinire i flaps, unire gli slats (separati in due pezzi ciascuno) e collocare la palpebra del cruscotto. A quest’ultima sono stati aggiunti i due sostegni dell’HUD (Head Up Display) in fotoincisione ed il relativo vetro ottenuto ritagliando un quadratino di acetato trasparente.

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Ho aggiunto anche le luci di navigazione e di posizione praticando degli scassi nella plastica e inserendovi all’interno delle schegge di resina semi-trasparente colorata in modo opportuno.

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Veniamo ora al parabrezza… altra nota abbastanza dolente! Per prima cosa l’ho immerso nella cera Future e ne ho verniciato la parte interna del vetro blindato centrale con una spruzzata leggera e diluita di Clear Blue (X-23) Tamiya, allo scopo di riprodurre la pellicola bluastra anti-riflesso. Per eliminare parte dei grumi di vernice che inevitabilmente si formano, ho trattato la parte interessata con della pasta abrasiva gradazione “Finish” – sempre della Tamiya.

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Incollare il trasparente nella propria sede non è stata un’operazione semplice. Purtroppo la palpebra in resina è più ingombrante del previsto e non ne agevola il posizionamento; come se non bastasse, nella zona frontale, proprio a ridosso del radome, il vetrino è più largo e va a formare un bruttissimo scalino rispetto alla fusoliera.

Armato di santa pazienza (ce ne vorrà un bel po’!) e tanta attenzione, ho carteggiato il windshield per riportarlo alle corrette dimensioni e utilizzato un inserto di plasticard per chiudere una fessura alquanto pronunciata sul lato destro. Per completarne l’adattamento, l’ho stuccato, lisciato e lucidato per poi stendere un nuovo strato di Future ad aerografo che ha ridato la giusta trasparenza al tutto.

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Per maggiore comodità, ho preferito verniciare subito i pozzetti carrello e gli avion bays: i primi in Flat White Tamiya (uso sempre questo colore perché lo trovo molto più coprente rispetto agli altri acrilici), il secondo in Zinc Chromate Yellow XF-4 sempre Tamiya.

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La parte “esterna” del cockpit (evidenziata in foto), è stata verniciata in Nato Black Tamiya (ad eccezione della rotaia di lancio del seggiolino rimasta in Grey XF-54) e poi sottoposta a un intenso dry brush per esaltare tutti i vari cavi e apparecchiature idrauliche per il sollevamento del canopy. La piccola bombola dell’ossigeno in Green Humbrol ?? ha dato un tocco di colore in più!

Verniciatura:

Dopo parecchi mesi passati a costruirlo, è giunto finalmente il momento di verniciare il mio Corsair. Come già descritto a inizio articolo, il “Fighting Redcocks” fu uno dei due squadron impegnati nella “Praying Mantis”. All’epoca dello scontro però, i velivoli del VA-22 usavano la classica mimetica grigia in uso già dalla metà degli anni ’80.

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Per celebrarne il successo, al rientro dall’operazione, gli specialisti del VA-22 decisero di “adornare” gli aerei personali del Commander Officer e dell’Execuive Officer con due accattivanti livree: il primo con uno schema a tre toni di grigio, il secondo (denominato “GECKO”) con un andamento “wrap-around” in pieno stile desertico.

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Inizialmente la mia scelta era ricaduta sullo SLUF in veste grigia, veramente molto bella (e con un kill marking della fregata Sabalan raffigurato sotto all’abitacolo) ma, in seguito a varie ricerche eseguite on-line e sul libro Color & Markings numero 22 mi sono accorto dell’errore del serial number del velivolo e del colore dei grandi codici “NH” sulla deriva (stampati in un grigio esageratamente scuro) riportati nel foglio decal della Two Bobs (numero 48-115) da me precedentemente acquistato.

A dirla proprio tutta, dalle scarse ma comunque esaurienti foto trovate in giro per la rete, ho capito che gli esemplari che hanno vestito questa livrea grigia furono più di uno (senza dubbio almeno due) e in diversi periodi. Ad ogni modo, le decal Two Bobs non sono comunque utilizzabili così come sono e andrebbero modificate e/o integrate con altre non presenti nel foglio. Per questo motivo, molto meglio realizzare l’altro SLUF proposto, il GECKO, comunque molto attraente.

I colori da me utilizzati sono i seguenti, elencati in ordine di stesura:

Light Grey FS 36622 – Gunze H-303 schiarito al 40% con del bianco.

Tan FS 30219 – Gunze H-310

Black FS 37038 – anche in questo caso, per rispettare l’effetto scala ho preferito il Nato Black Tamiya.

La mimetica è stata “disegnata” sul modello mediante l’utilizzo dell’insostituibile PATA-FIX, materiale da cui non riesco più a separarmi quando si tratta di questo tipo di lavorazioni!

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Nella zona di movimento dei piani coda e le piastre forate dei lanciatori Chaff & Flares sotto la deriva erano lasciate in metallo naturale per prevenire l’usura della vernice: le stesse le ho rifatte con il White Alluminium ALCLAD passato direttamente sulla plastica “vergine”.

Osservando bene le foto (scarse peraltro) in mio possesso, ho colto quasi casualmente un piccolo particolare (non riportato neanche dalle istruzioni delle decal Two Bobs): il bordo di attacco degli slats, molto probabilmente, era lasciato “grezzo” mettendo allo scoperto la “striscia” del sistema anti-ghiaccio delle ali (da me riprodotta con il Radome Tan Gunze H-318).

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Invecchiamento e lavaggi:

Anche se di vero e proprio invecchiamento non si può parlare (i due esemplari mantennero le livree commemorative solo per un breve periodo), questa volta ho comunque calcato un po’ di più la mano con il solo scopo di donare maggiore profondità e volume al mio modello. Per iniziare, ho eseguito un primo post shading relegato esclusivamente alle zone esposte ai raggi solari dell’aereo – quindi dorso alare, piani di coda e in parte la deriva.

Sulle macchie in Light Grey ho utilizzato il bianco puro, su quelle in marrone il colore di fondo molto schiarito con del sabbia, mentre sul nero ho utilizzato varie sfumature di grigi tra cui il German Grey Tamiya e il Gunship Grey FS 36118.

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Finita questa prima fase, ho steso sul modello le prime tre mani di trasparente lucido Gunze che hanno sigillato la mimetica sottostante per proteggerla dai lavaggi. Per questi ultimi ho usato tre tinte di colori a olio:

  • Tan – mistura composta di 50% Bruno van Dyck e 50% Nero Avorio.
  • Light Grey – grigio medio. Un “unghia” di Nero Avorio con una punta di stuzzicadenti di bianco.
  • Nero – grigio chiaro. Stesso grigio medio sopra citato ulteriormente schiarito.

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Mentre sul marrone e sul grigio chiaro non avevo dubbi per il mio “modus-operandi”, sul nero più di qualche dubbio di tipo “filosofico” mi ha bloccato. La domanda che mi sono posto riguardava soprattutto il realismo di un’evidenziazione delle pannellature in un colore molto chiaro eseguito sul modello di un aeroplano da guerra…. mi spiego meglio!

La sporcizia che si accumula tra i pannelli di un aereo è sempre di un colore molto scuro. Le tonalità possono cambiare in base al tipo di sporco: fluido idraulico, gas di scarico, grasso o polveri varie – ma comunque il suo colore non è mai tendente al chiaro.

Eseguendo un lavaggio scuro su un modello con parti verniciare in nero, di sicuro non si vedrà un granché e il dettaglio di superficie non sarà messo dovutamente in risalto. A questo punto la scelta si divide su due fili conduttori: prediligere il realismo nell’accezione più pura del termine, o cedere alla vena modellistica che c’è in ogni appassionato cercando di volumizzare le forme del nostro soggetto?

Diciamo che, nel mio caso, ho cercato di mantenere una giusta via di mezzo evitando di esagerare! Subito dopo aver passato il grigio chiaro a olio si avrà l’impressione di uno stacco troppo netto tra l’incisione e il resto della verniciatura ma, se avete pazienza, con i successivi passaggi che andrò a esplicare l’effetto si mitigherà molto.

Dopo aver completato il washing, un’altra sessione di post shading del tutto simile a quella spiegata qualche riga sopra e altre tre mani di lucido hanno preparato il fondo per le decalcomanie.

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Decal:

Questa è stata la mia prima occasione per provare le decal della Two Bobs. L’impressione generale è buona, anche se, avendole sperimentate con grande successo, posso affermare che i prodotti della Fightertown sono migliori in tutto e per tutto.

Le decalcomanie della ditta del Signor Bob Sanchez sono stampate dalla Microscale, i colori sono nitidi e perfettamente in registro e il potere adesivo è ben adeguato (anche se durante la loro posa, mi è capitato che si scollassero dal modello e rimanessero “impigliate” nella stoffa morbida con cui le stavo asciugando).

Reagiscono bene con il Micro Sol e Set, ma ricordo che è meglio far agire i liquidi emollienti per almeno una ventina di minuti senza toccare le decal che, altrimenti, potrebbero deformarsi o addirittura rompersi.

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Senza dubbio le insegne più difficili sono state quelle concernenti le zone di pericolo attorno alla presa d’aria, e i codici di reparto sulla deriva per i quali consiglio di dividere preventivamente in due pezzi le lettere “N”ed “H”.

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A questo punto, l’ultima mano di Clear ha isolato le decal, le ha uniformate alla finitura generale del modello, e mi ha permesso di eseguire un nuovo lavaggio selettivo sulle stesse in modo da evidenziare le pannellature sottostanti e creare un effetto “painted on” delle insegne.

Armamenti e carichi di caduta:

Ci sono aeroplani che, anche solo con l’aggiunta di un carico esterno, perdono gran parte della loro eleganza. E ci sono anche velivoli che, al contrario, più bombe e armamenti trasportano e più si valorizzano… bè, lo SLUF rientra sicuramente in quest’ultima categoria! Per il mio modello non ho badato a spese (tanto che ci importa… per fortuna una bomba in scala costa pochi centesimi di Euro!), dotandolo di otto ordigni Snakeye a caduta ritardata, prelevati dal Weapons Set Hasegawa A (numero X48-1. Anche i TER (Triple Eject Rack) provengono dalla medesima scatola e sono stati verniciati completamente in bianco.

Alle MK.82 ho aggiunto lo strato ignifugo anti-fiamma con dello stucco liquido Mr. Surfacer 500 della Gunze “picchiettato” sulla superficie della bomba con l’ausilio di un pennello a setole dure e piatte. Ecco una foto:

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Il colore per le Snakeye è il Drak Green Gunze H-330, più la fascia gialla sull’ogiva per identificare un munizionamento reale. Le spolette sono invece in Silver della Testors; a completare la dotazione, i due serbatoi ausiliari inclusi nella scatola.

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Portelloni, vani, gambe di forza e pneumatici:

Per questo Corsair il totale dei portelloni da rifinire e montare è stato di ben quattordici pezzi! Quelli riguardanti i pozzetti carrello presentano il bordo in rosso per l’anti-infortunistica degli specialisti/operatori sui ponti delle portaerei. Il portellone sinistro anteriore ha, sul lato frontale, anche tre “approaching light” verniciate rispettivamente in blu, arancione e rosso dal basso verso l’alto.

I vani carrelli e avionici hanno ricevuto il classico lavaggio in grigio scuro per i primi, e Bruno Van Dyck per i secondi. Inoltre, negli avionic bay ho cercato di differenziare un po’ le varie “scatole” dell’elettronica usando diverse tonalità di grigio e del nero.

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Valutando il peso importante del modello dovuto all’uso esteso dei set in resina sopra citati, ho reputato opportuno sostituire le gambe di forza dei carrelli di plastica con delle copie in metallo bianco prodotte dalla Scale Aircraft Conversion (codice n°48040); una volta ripulite di alcune sbavature di stampa presenti, sono state anch’esse verniciate in bianco e dettagliate con alcuni tubicini idraulici dell’impianto frenante (riprodotti con il solito filo elettrico di rame di opportuno spessore) tenuti in posizione da striscioline di nastro Tamiya dipinto in acciaio, atte a simulare le fascette metalliche che bloccavano i condotti sul velivolo reale.

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Gli pneumatici anteriori non sono proprio esatti come forma del battistrada (quelli veri avevano un bordo molto squadrato e con delle scanalature nella gomma che agevolavano il grip sul ponte bagnato delle portaerei) ma, in mancanza di aftermarket più corretti, ho impiegato quelli forniti dall’Hasegawa. Una piccola nota va detta per i copertoni posteriori: questi vanno incollati non in modo perpendicolare al terreno, bensì leggermente inclinati verso l’interno a causa del peso del velivolo. Se osservate bene la documentazione, infatti, noterete come questo fenomeno si accentuava anche con l’aumento del carico installato sotto i piloni dei Corsair.

Ultimi dettagli:

Dopo parecchie ore di lavorazione ed energie spese, eccomi giunto alla fase finale di questo modello. Con molta attenzione ho incollato i terminali alari in posizione di stivaggio (basta una goccia di colla ma rimarranno comunque molto fragili) e aggiunto tutte le superfici mobili quali flaps, slats e piani di coda. Mediante un pennellino triplo zero ho verniciato le luci di navigazione ai lati della fusoliera, preferendo un rosso della Testors (usando un colore a smalto si può sfruttare il principio di “incompatibilità” dei pigmenti per cui, in caso di errore, si potrà eliminare la vernice con l’acquaragia senza che questa intacchi lo strato di colori acrilici). A questo punto è stata la volta di tutti quei particolari più piccoli e più esposti al rischio rottura: i due pitot proprio davanti all’abitacolo, due antenne a lama (una sulla gobba e una del radar altimetro AN/APN – 194) sotto la pancia in corrispondenza dell’aerofreno), il gancio d’arresto (a strisce alternate bianche e nere), lo scarico rapido del carburante situato in coda e la scaletta di accesso al cockpit (rigorosamente aperta.) Una “spruzzata” generale di trasparente opaco ha dato la finitura finale al mio Corsair e, inoltre, ha mascherato anche le eventuali sbavature di colla utilizzata per il montaggio di tutti i vari portelloni, armamenti e così via.

L’operazione finale è stata la rimozione delle mascherature dai trasparenti, l’aggiunta del faro di atterraggio all’interno del vano carrello principale destro e di alcuni piccoli particolari all’interno del tettuccio, come gli specchietti retrovisori e i ganci per la chiusura e la ritenzione del canopy.

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In conclusione, nella scala del quarto di pollice quella Hasegawa è la sola scatola che permette la riproduzione della versione E, e nonostante tutto porta più che bene il peso dei suoi anni sulle spalle.

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Ammetto che all’inizio di questo progetto il Corsair non era sicuramente un soggetto che attirasse particolarmente le mie attenzioni, ma guardando soddisfatto il risultato di tanti miei sforzi, posso dirvi che lo SLUF si è ritagliato con diritto un posto nella mia collezione.

Buon modellismo a tutti i lettori di Modeling Time! Valerio – Starfighter84 – D’Amadio.

Clicca QUI per il Work In Progress completo nel forum di Modeling Time!

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