La Fenice del Reparto Sperimentale Volo – Harvard H4M dal kit Ocidental in scala 1/48.

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Ci sono dei velivoli con cui ogni modellista ha un rapporto “speciale”; vuoi perché questi rievocano ricordi, vuoi perché le loro forme attirano particolarmente l’attenzione… oppure perché si è avuta la possibilità di toccarli con mano e apprezzare da vicino tutta la loro bellezza.

È proprio quest’ultimo motivo che spiega la mia volontà di riprodurre in scala l’Harvard H4M del Reparto Sperimentale Volo, un bellissimo esemplare che faceva parte di un ambizioso progetto purtroppo naufragato.

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Un po’ di storia:

Ad aprile 2010 ho avuto la fortuna, grazie ad un amico anche lui appassionato e modellista, di visitare la base di Pratica di Mare a pochi kilometri da Roma. Sull’aeroporto Mario De Bernardi ha sede il Reparto Sperimentale Volo, da sempre deputato allo studio, ricerca e sperimentazioni sul materiale di volo prima della Regia Aeronautica e poi della nuova Aeronautica Militare Italiana.

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Agli inizi degli anni ’90, i vertici dello Stato Maggiore manifestarono l’intenzione di creare uno speciale gruppo di Warbirds (tra cui velivoli oramai radiati ma d’interesse per la nostra Aeronautica), riportarli in condizioni di volo per mantenere vivo un contributo storico, ed esibirli in air show e manifestazioni. Del recupero, mantenimento in efficienza e gestione degli aeromobili fu incaricato proprio il Reparto Sperimentale Volo che, da subito, iniziò il recupero dell’Harvard oggetto di quest’articolo.

I tecnici del reparto si recarono in visita presso l’aeroporto di Alghero, Sardegna, dove anni a dietro aveva sede la Scuola Velivoli Leggeri ampliamente equipaggiata con varie versioni del famoso addestratore a elica americano.  Tra le tante cellule ancora presenti e accantonate ai margini del sedime aeroportuale, gli specialisti ne individuarono una ancora in buone condizioni e idonea al recupero: si trattava di un Harvard Mk.IV di costruzione canadese, versione meglio conosciuta in Italia con il nome di Harvard H4M (di cui l’AMI ricevette novantaquattro esemplari in totale).

Dopo una prima analisi si decise di non trasferire l’intero velivolo, ma di selezionarne solamente la fusoliera e altri pezzi; le ali, ad esempio, furono lasciate in loco perché giudicate in uno stato di usura incompatibile con la rivalorizzazione.

A seguito di altre ricerche le superfici alari furono recuperate presso l’aeroporto di Guidonia, pur essendo queste appartenenti a un T-6 G. Anche il motore Pratt & Whitney R-1340 fu oggetto di un’attenta ricerca che, dopo mesi, diede i suoi frutti: il propulsore, infatti, fu trovato presso la ditta SACA Costruzioni Aeronautiche di Brindisi e giudicato adatto al restauro poiché presentava ancora un buon numero di ore di funzionamento residue (almeno 600).

Con tutti gli elementi del velivolo finalmente a disposizione, i tecnici del R.S.V. poterono iniziare i lavori di riqualifica che si protrassero per circa un anno. L’Harvard, subito battezzato con il soprannome di “The Phoenix” (La Fenice, a simboleggiare la rinascita del velivolo dalle proprie “ceneri”), divenne sin da subito il “gioiello” del reparto cui tutti gli specialisti, a turno e dopo aver espletato le loro mansioni, dedicavano parecchio del loro tempo, anche al di fuori del proprio orario di lavoro. Nell’estate del 1993 il “Phoenix” poté compiere la sua prima uscita ufficiale in occasione di un Open Day presso la base di Pratica di Mare, pur non essendo del tutto completo. All’epoca l’aereo presentava ancora le sue matricole originali (M.M. 53828) ma già nel 1994, in previsione del primo volo ufficiale, gli fu assegnata l’immatricolazione speciale per velivoli Experimental (Sperimentali) “X-604”. Curioso notare come la registrazione del nostro Harvard fu immediatamente successiva a quella dei prototipi del nuovo Eurofighter Typhoon (Il DA-3 e il DA-7, rispettivamente X-602 e X-603) all’epoca appena usciti dalle linee di montaggio dell’Alenia Aeronautica di Torino – Caselle.

Con le marche “X-604” ben visibili sulla deriva, l’Harvard iniziò le prime messe in moto con conseguenti rullaggi veloci sulla pista di Pratica di Mare. Tutto era pronto per fargli staccare nuovamente le ruote da terra quando ci fu un cambio al vertice dello Stato Maggiore Aeronautica il quale, costretto anche da un’atavica mancanza di risorse finanziare che da molti anni affligge la nostra forza aerea, ritenne di dover cancellare i fondi necessari per il mantenimento dell’Harvard e del nascente gruppo di Warbirds. Purtroppo le speranze di vedere il Phoenix ancora in volo svanirono, ma gli specialisti continuarono a mantenerlo in piena efficienza ancora per qualche anno. Fino a che, nel 2001, una violenta tromba d’aria si abbatté su una tensostruttura dove erano ricoverati svariati velivoli del Reparto Sperimentale, tra cui anche il nostro Harvard. Il forte vento abbatté lo shelter provocando molti danni ma, per un puro caso, l’H4M rimase miracolosamente illeso. La calamità segnò, però, l’inizio della fine per questo rinato addestratore: la mancanza di spazio per il ricovero degli aerei costrinse il personale a stazionarlo sempre più spesso all’esterno, sotto all’implacabile azione degli agenti atmosferici. Dopo mesi si decise di spostare il Phoenix nella posizione che attualmente ricopre, ovvero davanti alla palazzina comando della Sperimentale in una piazzola ricavata da un cortiletto antistante alla costruzione.Nonostante tutto, gli specialisti continuarono a prendersene cura provvedendo, con regolarità, alla sua messa in moto e controllo dei liquidi idraulici e lubrificanti; quando terminò il carburante nei serbatoi, il Phoenix cessò definitivamente la sua nuova attività divenendo un Gate Guardian.

Solo un bellissimo e raro Gate Guardian purtroppo…

Il modello:

Per la riproduzione nella scala del quarto di pollice di un Harvard H4M, le possibilità disponibili sul mercato non sono molte; l’unico kit dedicato a questa versione del Texan, con tutte le relative particolarità, è l’oramai introvabile Ocidental. La scatola, contraddistinta dal numero di catalogo 0211 contiene due stampate di stirene di un curioso colore giallo canarino, più un’ulteriore per le parti vetrate (totale circa sessantotto pezzi).

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A una prima occhiata, la somiglianza dello stampo con quello molto più vecchio della Monogram è molto visibile; in pratica, il modello della ditta portoghese non è altro che una riedizione aggiornata, riveduta del prodotto americano. Possiamo comunque definirlo un “new tool” perché presenta un dettaglio superficiale completamente in negativo (al contrario del Monogram), nuovi interni sufficientemente dettagliati e una finitura generale accettabile. Anche le forme e le dimensioni sono ben rispettate, escludendo, però, la naca che presenta un’apertura frontale con una circonferenza forse un po’ troppo ridotta (ma il difetto è tralasciabile).

Gli aftermarket disponibili non sono molti ma, a mio avviso, fondamentali per migliorare tutte quelle zone del kit poco curate e purtroppo poveri di particolari. Qui di seguito i set utilizzati durante la realizzazione del mio Harvard:

  • Eduard 48248: fotoincisioni per abitacolo, pozzetti carrello e altri dettagli esterni. Seppur creati per la versione G del Texan, molti dei pezzi forniti sono adattabili anche per un H4M.
  • Eduard 48252: fotoincisioni per flaps.
  • Hi Tech 48017: set in resina che fornisce varie parti (per lo più dedicate alla variante G) tra cui seggiolini, pneumatici (da scartare perché incorretti) e le superfici mobili dei piani di coda (quest’ultime di grande utilità). L’aftermarket della ditta francese è, purtroppo, anch’esso di difficile reperibilità.
  • True Details 48069: Pneumatici e cerchioni in resina con “effetto peso” già stampato, validi per i T-6 utilizzati dall’AMI.

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Dopo aver presentato i vari accessori, non mi resta che dare il via al montaggio; Questo ha avuto inizio, come al solito dall’abitacolo.

Il Cockpit:

Come già detto qualche riga sopra, il cockpit da scatola è di per sé ben dettagliato; basterebbero pochi interventi per renderlo già accettabile, ma la mia mania per il dettaglio estremo ha fatto si che aumentassi ulteriormente il livello con l’aggiunta delle fotoincisioni provenienti dal set Eduard e da vari interventi di autocostruzione.

La prima operazione ha riguardato i pezzi photoetched numero 7 e 47 che simulano la centinatura interna della fusoliera; questi sono stati prima carteggiati nella parte interna per permettere alla colla di avere un maggiore “grip”, poi saldati alla plastica mediante varie gocce di Attack.

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La struttura tubolare che formava il guscio interno va ripulita accuratamente da varie sbavature di plastica, e completata con le fotoincisioni da posizionare lungo il longherone superiore (pezzi 28, 29, 30 e 31). A tal proposito, prestate molta attenzione e studiate bene le istruzioni allegate! Purtroppo non sono per nulla chiare e spesso portano il modellista a commettere degli errori (come da me tristemente sperimentato).

Sul lato sinistro il telaio va completato con i due gruppi manette da cui partono svariati rinvii per i comandi del motore e tubazioni idrauliche (ricreate con dello sprue filato a caldo di dimensioni opportunamente ridotte), oltre ai trim delle superfici mobili.

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Sul lato destro, invece, si dovranno scartare alcuni quadri elettrici e radio proposti dall’Eduard (ma non adatti perché peculiari della versione G) e al loro posto ricreare due piccole consolle laterali (rifatte con lamierino di rame sottile) che sulla H4M alloggiavano vari fusibili e comandi. La configurazione finale è quella che potete vedere nella foto sottostante:

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Anche il pianale presente alle spalle del pilota/istruttore, nell’abitacolo posteriore è stata oggetto di modifiche e miglioramenti. Come base ho utilizzato il pezzo in plastica da scatola con l’aggiunta della relativa fotoincisione ma, in più, ho ricreato dei longheroni di rinforzo (sempre in sprue filato) e una piastra di sostegno su cui era fissata la scatola delle apparecchiature radio.

 

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Il pianale dell’abitacolo (se così si può chiamare), è stato completato con le pedaliere e con l’aggiunta di un’asta che, nella realtà, rimandava i comandi della cloche posteriore a quella anteriore e viceversa (evidenziata dalla freccia rossa). Per quest’ultima modifica ho utilizzato un tondino di ottone con diametro compatibile alla scala.

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Con lo stesso materiale sopra citato ho rifatto anche i sostegni dei seggiolini. Qui sotto, un confronto tra il pezzo originale e quello auto costruito:

 

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Per quanto riguarda le barre di comando, quella del cockpit posteriore può andar bene anche da scatola. Per l’anteriore c’è bisogno di un lavoro di ricostruzione poiché, negli esemplari canadesi, la cloche era simile a quella utilizzata sui vari Spitfire e Hurricane inglesi; per ricrearla ho utilizzato la base del pezzo fornito nel kit cui ho eliminato l’estremità superiore sostituendola con un’impugnatura circolare prelevata da uno Spit V Hasegawa.

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Vale la pena spendere qualche parola sul colore degli interni del mio Harvard: normalmente, sia gli esemplari North American, sia quelli prodotti su licenza, erano verniciati con un particolare verde detto Dark Gull Green o Bronze Green – entrambi assimilabili al F.S. 34092. Studiando le foto dell’esemplare da me riprodotto mi sono reso conto che, durante il restauro, i tecnici non hanno posto particolare attenzione alla fedeltà delle tinte ricoprendo tutte le superfici con un verde più chiaro corrispondente, a occhio, a un Interior Green.

Volendo ottenere una riproduzione in scala quanto più fedele, anch’io ho scelto l’Interior Green H-58 della Gunze (dalla tonalità perfettamente corrispondente). Per dare maggiore volume all’abitacolo e mettere in risalto i dettagli, ho eseguito un lavaggio con colori a olio miscelando al Bruno Van Dyck poco Nero di Marte. Essendo una struttura “aperta”, sui tubolari ho preferito non utilizzare il Dry Brush; al contrario, ho attuato la tecnica sui longheroni superiori che, in precedenza, erano stati verniciati in nero.

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Qui sotto vedete il pianale completo anche dei seggiolini; personalmente, ho preferito scartare quelli in resina dell’Hi-Tech preferendogli le copie in fotoincisione dell’Eduard che hanno spessori più sottili e adatti alla scala 1/48. C’è da dire che questi ultimi sono un po’ ostici e complicati da piegare e incollare in posizione ma, una volta sistemati, fanno davvero una gran bella figura. Per completarli ho aggiunto le ottime cinture di sicurezza (anche esse PE – Photoetched) verniciate in Gray F.S. 36375 e piegate a dovere per donargli maggiore “movimento”.

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A questo punto, per esigenze costruttive, ho tralasciato il montaggio dei pannelli strumenti (di cui parlerò più avanti) proseguendo oltre.

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Montaggio:

Il montaggio scorre incontrando qualche piccola difficoltà facilmente superabile ma, ammetto che sono rimasto piacevolmente sorpreso dagli incastri di questo kit. Sinceramente mi aspettavo una situazione molto peggiore!

L’unione delle due semi-fusoliere non presenta problematiche particolari; la zona più critica riguarda la giunzione proprio dietro all’abitacolo che tende a rimanere un po’ troppo “aperta” a causa del pianale (di cui abbiamo parlato qualche riga sopra). Nel caso riscontriate anche voi quest’inconveniente, asportate la plastica in eccesso dal pezzo in plastica per evitare che questo spinga troppo contro le due valve della fusoliera. Quest’accorgimento è fondamentale se non vorrete avere complicazioni con il montaggio della vetratura a forma di cupolino.

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A questo punto le mie attenzioni si sono rivolte al timone di profondità; l’Ocidental lo fornisce già separato dal resto della cellula ma, per essere montato in una qualsiasi posizione a piacimento dovrà essere modificato con il seguente metodo:

Sul lato piatto del timone ho incollato delle striscioline di rod a sezione quadrata; successivamente, gli inserti in plastica sono stati sagomati a colpi di lima e stuccati per riempire eventuali fessure e imperfezioni. In pratica non ho fatto altro che ricreare il profilo tondeggiante che permette alla superficie mobile di muoversi liberamente all’interno della carlinga, sia a destra, sia a sinistra.

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L’intervento ha interessato anche la parte fissa della deriva cui ho allargato l’alloggiamento mediante una fresa montata su un trapanino elettrico. Ecco una foto:

 

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Sulla superficie alare gli interventi di miglioria sono stati parecchi; per prima cosa, ho aperto un foro in corrispondenza dei bocchettoni per il rifornimento del carburante. Purtroppo, sul kit questo evidente particolare è appena accennato da un’incisione nella plastica… certamente non all’altezza, quindi.

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Proseguendo, nella parte interna ho assottigliato la plastica mediante una fresa montata su un trapanino elettrico:

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In seguito ho riprodotto i tappi dei bocchettoni stessi utilizzando una fustellatrice “Punch & Die”; da quest’utilissimo strumento ho ricavato due tondini di Plasticard con diametro concentrico incollati uno sopra l’altro. Essi sono stati incollati su un fondo (un pezzo di telaio delle fotoincisioni Eduard), verniciati in rosso, lumeggiati con un lavaggio e un veloce Dry Brush e, per finire, posizionati internamente all’ala.

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Continuando, ho inserito la paratia del pozzetto carrelli fornita in fotoincisione; la stessa è stata rinforzata, posteriormente, con dei listelli quadrati in plastica della Evergreen.

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Controllando l’utilissima documentazione in mio possesso, mi sono accorto della presenza di questa piccola presa d’aria sul bordo d’attacco destro dell’ala (anche questo dettaglio sul kit è a malapena accennato). Quindi, con attenzione, ho forato la plastica e ne ho ridotto lo spessore con lo stesso metodo sopra descritto e, prima di chiudere le due semi ali, ho aggiunto un pezzo di tulle per simulare la griglia che impediva l’ingestione di corpi estranei.

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Dopo le prime prove a secco, prima di incollare la parte superiore della cofanatura motore al resto della fusoliera, mi sono subito reso conto che il pezzo in questione è abbastanza sovradimensionato rispetto alla sua sede. Giocoforza, l’ho dovuto comunque incollare e riportarlo alle corrette dimensioni con un vero e proprio lavoro di sgrosso della plastica. Inutile dire che le pannellature sono andate irrimediabilmente perse costringendomi a un minuzioso lavoro di reincisione e ripristino delle rivettature presenti.

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Di seguito potete vedere le ali pronte per l’unione con la fusoliera; mentre nella zona della radice (quindi quella superiore) gli incastri sono abbastanza precisi, sotto (nella zona del pozzetto) si creano parecchi dislivelli. L’immagine sottostante rende evidente i punti più critici dove occorre intervenire:

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Per tentare un allineamento della zona del pozzetto rispetto alla fusoliera, in corrispondenza degli “scalini” ho aggiunto due inserti in Plasticard.

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Poi, mediante un esteso utilizzo di fresette montate sul solito trapanino elettrico, carta abrasiva e lime a mano, sono riuscito a sistemare il tutto. Per livellare ulteriormente il fondo del wheel bay, ho sagomato un piano rettangolare in Plasticard e l’ho incollato con colla cianacrilica. Un’abbondante colata di stucco liquido Mr.Surfacer 500 ha poi fatto il resto.

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Per completare il pozzetto carrello ho fatto nuovamente ricorso alle fotoincisioni della ditta ceca che sopperiscono alla totale mancanza delle molte ordinate e centine presenti in questa zona. Incollare l’intera struttura d’ottone all’interno dell’alloggiamento è stato un lavoro alquanto snervante e che ha richiesto una dose massiccia di attenzione per mantenere le parti in squadro e quanto più perpendicolari le une con le altre.

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Per dare quel tocco di realismo in più ho aggiunto delle tubazioni idrauliche ottenute da fili di rame provenienti da un cavo elettrico. Inoltre, per controllare la presenza di sbavature di colla o imperfezioni di montaggio, ho steso una sottile mano di stucco liquido Mr. Surfacer ad aerografo su tutto l’area.

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Quello che vedete qui sotto è il pannello sagomato che chiude pozzetto, e che va a sostituire quello stampato direttamente sul modello in plastica (dallo spessore decisamente anti estetico e poco in scala). Il pezzo fotoinciso è molto bello ma terribilmente fragile e propenso a piegarsi; per questo motivo, ho ricreato due rinforzi piramidali in Plasticard rifacendomi alle abbondanti foto in mio possesso: evidentemente anche la North American, all’epoca, ebbe bisogno di creare adeguati supporti atti a sostenere meglio quel laminato metallico e la struttura tutta.

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Con il montaggio in pratica concluso mi sono dedicato al rifacimento di alcuni dettagli persi durante le inevitabili e invasive operazioni di carteggiatura; in particolare, utilizzando del nastro d’alluminio adesivo per usi idraulici, ho ripristinato queste piastre rivettate presenti ai lati della fusoliera, in corrispondenza della radice alare.

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Poi ho iniziato a lavorare sui piani di coda, cui ho eliminato le superfici di governo stampate “fisse” sostituendole con delle copie in resina provenienti dal set Hi-Tech in resina citato all’inizio dell’articolo.


Per ottenere la zona di rotazione degli elevoni e conferirgli una posizione quanto più realistica, ho scavato all’interno della parte fissa del piano di coda mediante una limetta a sezione tonda e asportando la plastica fino a ottenere il risultato che vedete qui sotto in foto:

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Qui vedete i piani di coda montate e rifinite con colla cianacrilica usata come stucco.

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A questo punto ho incollato anche il dome dell’antenna UHF e un piccolo pannello (prelevato dal set Eduard) che, sul velivolo reale, chiudeva l’accesso alla tiranteria dei piani mobili. Il pezzo fotoinciso è stato prima scaldato con la fiamma di un accendino, e poi immediatamente freddato in acqua; con questo metodo l’Alpacca ha assunto una consistenza più malleabile che mi ha permesso di seguire la stessa curvatura della fusoliera.

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Passo ora ai flaps, altra zona del modello che ha ricevuto parecchie attenzioni. Anche in questo caso l’Ocidental fornisce le superfici mobili separate ma, purtroppo, il dettaglio interno è stato quasi del tutto omesso. Il set Eduard 48252 corre in nostro soccorso ma, c’è da premettere, che i pezzi andranno modificati per poterli montare correttamente nelle loro sedi.

Essi, infatti, sono sovradimensionati e, per questo motivo, le grandi piastre fotoincise che vanno incollate internamente all’ala e agli ipersostentatori devono essere divise in due parti eliminando la sottile strisciolina presente nel mezzo. Quindi, i nuovi elementi ottenuti vanno incollati singolarmente nei rispettivi alloggiamenti e completati con le relative centinature sempre fornite sotto forma di PE (Photoetch).

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Vetrature e parti trasparenti:

Le vetrature del modello meritano un capito a parte per l’enorme mole di lavoro e adattamento che esse hanno richiesto.

Inizio subito col presentare tutte le opere di autocostruzione che sono state propedeutiche al posizionamento dei vetrini sul modello. Queste, in special modo, hanno riguardato la zona dell’abitacolo.

Per dare una visione più completa ai lettori, inserisco delle immagini che ritraggono il velivolo reale:

Queste, invece, riguardano la “copia” in scala. Per praticità di consultazione, ho diviso i diversi interventi in base al colore delle frecce che trovate nelle foto; eccoli:

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Giallo: Osservando le foto del seggiolino anteriore, immediatamente dietro si può notare una fune ancorata a due carrucole. Questa fungeva da “ammortizzatore” per il seggiolino stesso e l’ho riprodotta con del filo da pesca da 0,12. Le carrucole, invece, sono due tondini di Plasticard sottile ottenuti con una fustellatrice (Punch & Die).

Rosso: La struttura tubolare che sovrasta il cruscotto posteriore è stata completamente ricostruita per sostituire quella originale in plastica (anche in questo caso, fuori scala ed esteticamente inadatta). Come materiale ho utilizzato dei tondini di ottone da 0,5 millimetri piegati con pazienza mediante una pinzetta a testa piatta. Il piatto di raccordo tra i due telai (in alto) è un pezzo di Plasticard sagomato a dovere.

Verde: Le due palpebre dei cruscotti sono state, finalmente, sistemate, verniciate e sottoposte a un Dry Brush mirato. Dietro al pannello posteriore (come si nota anche dalle foto), era presente tutta la cavetteria degli strumenti. Il tutto è stato ricreato con dei cilindri di Plastirod a sezione tonde di varie misure della Evergreen per il retro degli indicatori, mentre i fili provengono dal solito cavo elettrico.

Arancione: Alle spalle del seggiolino posteriore c’è una roll bar di sostegno… anche questa rifatta con il profilato d’ottone sopra citato.

Blu: Quella piccola scatola, invece, è l’apparato radio. E’ stata ricavata dal pezzo numero 20 dell’aftermarket 48248 Eduard.

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Ed ecco i vetrini nelle loro sedi. Prima di incollarli sono stati trattati con la cera Future (che ne ha aumentata la brillantezza) e accuratamente mascherati per verniciare anche la parte interna dei molti frames (in nero opaco).

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Dopo parecchi giorni a cogitare su un materiale da cui poter ricavare dei fari d’atterraggio quanto più realistici, la soluzione l’ho trovata nei cristalli Swarosky. Si, avete letto bene!

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In pratica, in un negozio di bigiotteria e articoli per creare in casa gioielli e monili, ho acquistato dei “brillantini” Swarosky di opportuna misura cui ho smussato le sfaccettature con una limetta da unghie. Per lucidare il materiale vitreo e renderlo liscio e nuovamente brillante, ho imbevuto un tampone in feltro con il Tamiya Rubbing Compound gradazione Course, l’ho montato sul solito trapanino elettrico e l’ho passato più volte sulla sua superficie. Il risultato è quello che potete vedere in foto:

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I vetrini sagomati che fungono da copertura per le luci di atterraggio sono pessimi! Spessi, poco trasparenti e, soprattutto, terribilmente sottodimensionati. Per prima cosa, ho provveduto ad assottigliarne gli spessori interni con qualche passata di carta abrasiva a grana grossa; poi, per lucidarli, li ho carteggiati ulteriormente con carte abrasiva 1800 e 2000, terminando il procedimento con la solita spennellata di cera Future. In seguito i due vetrini sono stati incollati sul bordo d’attacco alare ricorrendo a una grande quantità di colla cianacrilica; questa, oltre a provvedere a una presa salda, ha anche funzionato da stucco rimanendo trasparente.

Inutile dire che tutte le operazioni di lisciatura hanno compromesso irrimediabilmente il dettaglio di superficie presente in quella zona. Perciò, armato della solita pazienza, l’ho ricreato con il nastro d’alluminio adesivo già utilizzato in precedenza.

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Ultimi dettagli:

Prima di procedere con la verniciatura ho avuto modo di cimentarmi nuovamente con lo “scratch build”; questa volta il pezzo interessato è il seguente:

 

Lo scarico degli H4M è un’altra peculiarità (assieme alla capottina di tipo lungo) di questa particolare versione. Come già detto l’Harvard IV fu una variante costruita su licenza in Canada, dove gli inverni freddi e rigidi sono una consuetudine; l’exhaust lungo, infatti, aveva anche la funzione di “climatizzare” l’abitacolo. Al suo interno, infatti, correva un ulteriore condotto che inviava una parte dei gas di combustione all’interno del cockpit. Questi gas riscaldavano un radiatore e poi fuoriuscivano da un apposito foro posto sul lato destro della fusoliera.

Questo è lo scarico fornito con il kit:

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Come potete notare le sue fattezze corrispondono poco a quelle reali.

Ho dovuto, inevitabilmente, mettere mano anche a questo particolare e modificarlo per fargli assumere una forma quanto più veritiera. Allo scopo, ho utilizzato solo una parte del pezzo in plastica tagliando il terminale e incollandolo a una sezione di tubo d’ottone di diametro simile. La parte originale è stata fresata, assottigliata e forata; al suo interno ho anche aggiunto il condotto di cui ho accennato la funzione poche righe sopra (rifatto con il solito profilato d’ottone già utilizzato durante la costruzione di questo modello). All’altro capo ho aggiunto un raccordo a 90° ottenuto scaldando un pezzo di sprue. Per la sua verniciatura ho utilizzato il Jet Exhaust della ALCLAD lumeggiato con un Dry Brush in Alluminio a smalto.

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Una dose massiccia di colla cianacrilica e stucco ha permesso di ottenere il risultato che vedete in foto:

Ho aggiunto altri dettagli come le saldature, riprodotte con del nastro Tamiya tagliato in striscioline molto sottili, e quella piccola sonda presente sulla parte frontale ricreata con un pezzo di ago ipodermico da siringa.

Per terminare questa lunga fase ho dotato il mio Harvard delle luci di posizione alle tip alari (rossa a sinistra e verde a destra) provenienti dai set in resina della CMK.

Verniciatura:

Veniamo ora alla verniciatura, altro stadio della costruzione che ha richiesto un lungo studio della documentazione e molta pazienza.

Gli Harvard costruiti in Canada e impiegati tra le file dell’AMI erano interamente verniciati in Giallo Limone n°22, una tonalità di giallo tendente molto al verde. All’epoca del restauro, su alcune parti della cellula (tra cui la fusoliera e le superfici mobili di governo) si riuscì a impiegare la tinta esatta grazie al ritrovamento di alcune latte contenenti l’originale vernice in uso prima della radiazione degli H4M.

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Purtroppo la vernice non bastò e su altre parti del velivolo (come le ali, porzioni dei piani di coda e i pannelli presenti ai lati della fusoliera, sotto l’abitacolo per intenderci) si dovette utilizzarne una ricavata in loco (che per comodità chiamerò Giallo Limone RSV) da uno specialista del Reparto Sperimentale Volo. Ovviamente non fu possibile ottenere una mescola precisa e, di fatto, il nostro Phoenix ricevette due tonalità diverse di giallo.

Nelle foto a mia disposizione scattate nel 1993, questa differenza di colore si nota molto bene poiché i pigmenti erano “freschi” e non ancora deteriorati dalle intemperie; a oggi, al contrario, la diversità di colorazione è divenuta quasi impercettibile a occhio nudo e solo chi conosce bene il soggetto riesce a coglierla.

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Riprodurre in scala le due tinte non è stata cosa facile, e il mio compito si è rivelato ancor più gravoso poiché in commercio non esistono tinte già pronte per l’uso. Ho dovuto, quindi, creare dei mix ad hoc per questo modello procedendo per gradi e facendo molte prove con la chip del Federal Standard sotto mano. Alla fine i risultati sono stati i seguenti:

 

Giallo Limone n°22 (circa F.S. 33481). La corrispondenza più fedele, con pigmenti a uso modellistico, si è rivelata essere quella con l’Humbrol 81. Lo smalto “puro” però, una volta spruzzato sulla plastica, assume una gradazione troppo scura per cui è necessario “tagliarlo” con del verde e del giallo. Queste sono le proporzioni che ho ricavato:

  • 60 gocce Humbrol 81.
  • 2 gocce Humbrol 159 (Verde Scuro).
  • 5 gocce Humbrol 69 (Giallo Lucido).

Giallo Limone RSV. Per questa vernice mi sono affidato agli acrilici che, personalmente, reputo più facili da gestire rispetto ai vecchi smalti. Ad ogni modo, il mix che ho prodotto è il seguente:

  • 14 gocce di Gunze H-74 Duck Egg Green.
  • 5 gocce di Tamiya XF-4 Yellow Green.

 

Prioritariamente ho preferito stendere sul modello il Giallo Limone RSV; poi ho mascherato le zone non interessate e ho passato una mano di Tamiya Flat WhiteXF-2 molto diluita sul modello; la vernice ha funzionato da primer per il secondo e ultimo colore, il Giallo Limone 22.

La presa d’aria del radiatore dell’olio posta sotto la naca, non era nel giallo “d’ordinanza” bensì in verde scuro (personalmente ho usato il Tamiya XF-81 Dark Green RAF).

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Per ultimi ho lasciato il lungo pannello anti riflesso sul muso, il dome dell’antenna alle spalle dell’abitacolo e le walkways presenti sulle ali, e per i quali ho utilizzato il Flat Black Tamiya XF-1. Una piccola nota: per ricreare l’anti sdrucciolo dei camminamenti, sotto il nero opaco ho steso uno strato molto sottile di Primer Tamiya (quello in boccetta di vetro); per questo genere di lavorazioni è l’ideale perché lascia la superficie ruvida e l’effetto è anche ben proporzionato rispetto alla scala.

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Invecchiamento:

Di un vero e proprio “invecchiamento” non si può parlare poiché, come oramai sappiamo, l’Harvard oggetto dell’articolo non poté spiccare nuovamente il volo. Anche le poche messe in moto del propulsore non lasciarono grandi tracce di gas incombusti lungo la fiancata della fusoliera…

Quindi, anche in accordo con la documentazione, mi sono limitato a eseguire un lavaggio con colori a olio per mettere in risalto le belle pannellature in negativo del modello. I colori che ho scelto per quest’operazione sono due, entrambi frutto di una miscela:

  • Per il Giallo Limone 22: 50% Bruno Van Dyck e 50% Ocra Gialla della Maimeri.
  • Per il Giallo Limone RSV: Bruno Van Dyck leggermente schiarito con del Bianco di Marte.

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Decalcomanie:

Le decalcomanie meritano una trattazione separata. Le coccarde tricolori provengono dal foglio Tauromodel 48528 ma tra quelle dedicate espressamente al T-6 ho utilizzato solamente le insegne da apporre in fusoliera; quelle per le ali sono decisamente sovradimensionate e non sono utilizzabili. Le ho sostituite con quelle per il T-33, più corrette e già presenti nello stesso articolo.

Sempre Tauromodel, ma in scala 1/72, sono i numeri di matricola (articolo 72541) e lo stemma dell’Icaro alato (articolo 72571).I numeri di carrozzella e gli stemmi del 311° gruppo volo da apporre sulla naca li ho prelevati da due decal sheet della Sky Model (numero 48031 e 48022), rispettivamente per F-104 e MB.339.

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Passiamo ora alle bellissime e appariscenti Nose Art che furono applicate su entrambe i lati della fusoliera, sotto il cockpit; ovviamente in commercio non esistono e non c’è neanche qualcosa di simile che si possa adattare. Durante la mia visita a Pratica di Mare, però, ho avuto modo di fotografarle accuratamente e misurarne le dimensioni; grazie alla valente collaborazione dell’amico Luca, abile disegnatore, ho ricreato il disegno in formato vettoriale (Corel Draw è ottimo per questo scopo), l’ho ridimensionato per portarlo alle giuste proporzioni (lunghezza 1,1 centimetri circa) e l’ho, finalmente, stampato su un supporto decal trasparente mediante un’Ink Jet domestica.

Non avendo a mia disposizione una stampante ALPS (che riesce a riprodurre anche il bianco), ho preferito verniciare sul modello un fondo chiaro sulla zona dove la decal custom sarebbe stata applicata; questa finezza mi ha permesso di ottenere dei colori più “vivi” e di dare alla stampa una maggiore definizione. Di seguito inserisco un esempio in formato JPEG della Nose Art che potrà tornarvi utile quando anche voi affronterete tutto il procedimento:

Il foglio “blank” su cui ho stampato le decal è prodotto dalla Bare Metal. Questo richiede un pizzico di attenzione in più per applicarlo sul modello poiché ha uno spessore non trascurabile ed è molto rigido. Per evitare il fastidioso silvering del film trasparente, è bene preparare al meglio la superficie con almeno quattro o cinque mani di trasparente lucido (nel mio caso il Clear Tamiya), e trattare l’insegna con abbondante uso dei liquidi ammorbidente della Microscale – Micro Sol e Micro Set.

Utilizzando questi espedienti, sia per le decal “classiche”, sia per le decal “custom”, si otterrà un bellissimo effetto “painted on” delle insegne sul modello.

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Ultimi dettagli:

Finalmente si giunge alla fase finale del modello; per renderlo più realistico, ho aggiunto vari particolari:

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  • Foro per l’inserimento del “maniglione” per l’avviamento manuale del motore (freccia color blu) e tappo del rabbocco olio motore – ottenuto mediante un pezzo di rod a sezione circolare inserito all’interno di un foro da 0,5 millimetri (freccua color rosso).
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  • Sfiati del sistema idraulico e della sovrappressione carburante ricavati da sezioni di filo in Nylon da pesca.
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  • Tubo di venturi e relativo supporto tornito da un tubicino di ottone dal diametro di un millimetro.


Il ruotino di coda è stato sostituito poiché quello presente nella scatola non è corretto e non può essere utilizzato sugli esemplari avuti in carico dall’AMI. I nostri H4M, infatti, avevano lo pneumatico e il cerchione del tutto simili a quelli dei P-51. Quello che ho montato sulla mia riproduzione in scala proviene dal provvidenziale magazzino pezzi avanzati e apparteneva a un Mustang Hasegawa. Ho dovuto ricostruire anche il relativo braccetto orientabile sagomando un tubicino di ottone dallo spessore di 0,5 millimetri.

 

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Le ruote principali, invece, sono in resina della True Details (citati a inizio articolo) e prevedono l’effetto peso già stampato.

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Il motore Pratt & Whitney R-1340 è stato verniciato in Gun Metal Metalizer della Testors e sottoposto a un accurato Dry Brush in alluminio per mettere in risalto le alette di raffreddamento. E’ stato, inoltre, completato con la fotoincisione Eduard riguardante i cavi delle candele.

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Il Pitot è auto costruito partendo da un pezzo di ago ipodermico da siringa al cui interno è stato inserito una sezione di sprue filato a caldo. Sopra lo stesso ho incollato una piccola aletta aerodinamica rifatta in lamierino di alpacca (lega di nichel/zinco/rame).

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Per l’antenna ho usato l’SBM Wire 200, un filo molto indicato per questo genere di dettagli. S’incolla con la cianacrilica e rimane in posizione già dopo pochi secondi. E’ elastico e può sopportare trazioni fino al 700% della sua lughezza… insomma, consigliatissimo! Sfruttando la sua proprietà di essere verniciato, ho spruzzato sulla sua superficie del nero opaco acrilico. Ho riprodotto anche gli isolatori utilizzando, nuovamente, un ago da siringa.

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L’aggiunta delle luci di posizione/navigazione in fusoliera, dell’elica (in White Alluminium ALCLAD con la faccia interna in nero opaco per evitare il riflesso della luce solare), e delle vetrature scorrevoli hanno decretato la fine dei lavori.



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Conclusioni e ringraziamenti:

Un sentito grazie al Primo Maresciallo Luogotenente Antonio Marin che mi ha permesso di raccogliere una documentazione fotografica approfondita e mi ha fornito numerose informazioni sul Phoenix del Reparto Sperimentale Volo. Un ringraziamento anche a Luca Marin, amico e valido modellista, che si è occupato delle decalcomanie.

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Senza il loro aiuto la realizzazione di questo splendido e sfortunato esemplare non sarebbe stata possibile, ed io non avrei avuto il privilegio di aggiungere alla mia collezione un pezzo unico e di grande interesse storico!

 

Buon modellismo a tutti. Valerio “Starfighter84” D’Amadio.

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Walkaround Photos:


 

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4 COMMENTI

  1. Un giorno di ferie mi ha dato finalmente la possibilità di leggere con la dovuta calma e attenzione l’articolo, dopo avere avuto la fortuna di vedere il modello dal vivo.
    Che dire…L’articolo è veramente quel tocco di classe e
    bravura che si merita un modello da dieci e lode!

  2. l aereo in questione da pochi giorni si trova presso museo internazionale dell guerre mondiali di rocchetta a volturno provincia isernia ,di cui ne faccio parte Saluti Cordiali

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