Group Build Modeling Time.com: Panavia Tornado IDS – Dal kit Revell in scala 1/72.

2
1088

DSC_3324

Qualche tempo fa, un mio carissimo amico si presentò a casa con un’inedita scatola di montaggio della Revell dedicata al Tornado. Non nascondo che notando la marca storsi un pochino il naso, ricordando forse gli stampi mediocri che la ditta tedesca commercializzava fino a qualche anno fa. Spinto comunque dalla curiosità, aprii l’involucro di cartone, rimanendo piacevolmente stupito! Mi trovavo davanti agli occhi un kit con un livello di dettaglio quasi mai visto per la piccola scala dell’1/72, con rivettature presenti su tutto il modello, pannellature perfettamente incise e una cura quasi maniacale per la fedeltà delle forme. L’unica nota negativa risiedeva nella scomposizione un po’ cervellotica delle parti (molto simile al gemello Hasegawa), ma d’altro canto data la conformazione molto particolare del Tornado, i tecnici teutonici non potevano di certo far meglio. Dallo studio preliminare all’inizio vero e proprio dei lavori è passato davvero poco tempo, invogliato anche dalla splendida iniziativa intrapresa da gran parte dei nostri utenti, di dedicare a questo bellissimo caccia – bombardiere anche un Group Build. Prima di mettere mano alle plastiche, mi sono documentato ulteriormente sulla presenza di aftermarket scoprendo che l’Aires aveva da poco immesso sul mercato due set in resina rispettivamente per l’abitacolo (numero 7059) ed i vani carrello (numero 7082). Se per la prima zona il dettaglio è buono (si potranno al massimo sostituire i due seggiolini con delle copie più presentabili), al contrario per quest’ultima il complesso è del tutto inaccettabile. Giocoforza mi sono trovato ad acquistare il sopracitato set…. Anzi, già che c’ero li ho presi entrambi! A questo punto è d’obbligo una piccola premessa: in realtà tutti i pezzi contenuti nel kit riguardano la versione inglese Gr.1, ma volendo (come sempre) riprodurre un esemplare dell’Aeronautica Militare Italiana ho dovuto intraprendere qualche piccola e semplicissima modifica di cui parlerò più avanti.

DSC_3286

Come mia consuetudine, le operazioni hanno avuto inizio dal cockpit con le solite prove a secco per costatare l’effettivo inserimento dei pezzi in resina nei propri alloggiamenti. Anche qui non sono mancate le sorprese notando che la vasca entrava con estrema facilità senza dover intervenire con assottigliamenti o asportazioni della plastica; Consiglio in ogni caso di smussare leggermente gli angoli alla base per evitare che il pezzo spinga eccessivamente sulle pareti della fusoliera.  Magari vi starete già sentendo al settimo cielo per aver evitato enormi pene e conseguente ingestione di tonnellate di polvere di resina, ma a riportarvi con i piedi per terra ci pensa il pozzetto carrello anteriore. Questo, infatti, è sovra dimensionato rispetto allo spazio a lui dedicato, per questo dovrà essere accorciato di almeno un paio di millimetri dal lato “aperto”. Faccio questa precisazione perché non sarà possibile asportare materiale dal lato “chiuso” senza rischiare di sfondare il pavimento del vano… insomma, armatevi di santa pazienza ed eseguite svariate calibrazioni prima di incollare il pezzo al suo posto.

DSC_3314

Il cockpit è stato verniciato interamente in Grey FS 36320, colore che ho reputato essere quello più esatto dopo aver consultato varie documentazioni tra cui il fondamentale Lock-On della Verlinden e l’ottimo Top Shots della polacca Kagero. Il grigio è stato dapprima protetto con una mano di trasparente lucido Future, e poi sottoposto a un intenso lavaggio con colore a olio Bruno Van Dyck e dry-brush in grigio chiaro che mi ha permesso di mettere in risalto anche le varie pulsantiere e leve già stampate sulle consolle laterali. Qualche bottoncino in rosso e in giallo messo in punti strategici, ha dato quel tocco di colore in più al tutto. Passando ai cruscotti del pilota e del WSO, questi sono fusi direttamente con le relative palpebre, e per la strumentazione l’Aires fornisce una piccola lastra fotoincisa completa dei due cruscotti più un foglietto trasparente con i quadranti stampati da incollare nel classico sandwich. Devo dire che con questo materiale non mi sono mai trovato a mio agio, per questo ho preferito riprodurre tutta la strumentazione con l’ausilio di una fustellatrice modellistica e del plasticard bianco molto sottile. Una volta incollati i tondini che simulano i quadranti, li ho dipinti in nero opaco e incisi con la punta fine di uno scriber per dare l’idea delle varie lancette. Ovviamente la lavorazione non sarà mai precisa, ma una volta terminata renderà molto l’idea regalando un bell’effetto a tutto il cruscotto. I seggiolini Martin Baker Mk.10 sono stati verniciati anch’essi col 36320, tranne il poggiatesta in Tyre Black H-77 (meglio evitare il nero puro per rispettare l’effetto scala) e i cuscini dipinti in Dark Green Gunze H-64 spennellati abbondantemente con un pennello asciutto in grigio chiaro per far emergere le pieghe del tessuto splendidamente riprodotte dall’Aires. Le cinture di sicurezza sono state prelevate dal suddetto foglio foto inciso, e dipinte in Nocciola Gunze H-310.

DSC_3312

DSC_3295

L’unione tra le due semifusoliere non presenta problemi di sorta, unica accortezza sarà di abbondare con il ciano acrilico poiché con il posizionamento dei vari set all’interno, il complesso sarà parecchio “sotto pressione”. Non eccellente la precisione d’incastro del cono radar, (riempito con dei piombini da pesca per evitare che il modello ultimato si sieda sulla coda) che mi ha costretto a intervenire con varie stuccature successive per raccordarlo bene. Prima di procedere con il resto dell’assemblaggio, ho collocato anche i restanti pozzetti del carrello principale senza incontrare difficoltà alcuna, e senza dover ricorrere a stuccature o riempimenti eccessivi. Come di consueto per i kit di aerei con ali a geometria variabile, anche la Revell offre la possibilità di far funzionare il sistema di retrazione. In effetti, il congegno è anche ben studiato perché, oltre alle semi ali, possono ruotare nella posizione voluta anche i piloni mediante vari perni di plastica. In ogni caso, per mio modo di vedere, un modello non è per nulla un giocattolo… per cui ho deciso di bloccare le ali nella posizione di freccia minima, quella che normalmente assumono quando il velivolo è a terra. L’inconveniente sorge quando si vanno a montare i pezzi numero 37 e 38, che rappresentano la guaina di gomma che protegge tutti i vari meccanismi posti all’interno della carlinga, e che lasciano delle tremende e antiestetiche fessure. Allo scopo, le ho riempite con del Milliput grana fine ed incise con la lama di un taglierino per ricrearne il caratteristico disegno (qui l’uso della documentazione sarà fondamentale).

DSC_3301

DSC_3310

Le prese d’aria sono i componenti che mi hanno creato qualche fastidio più serio: difatti, hanno grosse difficoltà a incastrarsi nei loro scassi e richiedono qualche colpo di lima ben assestato per ridurne le dimensioni e permetterne il corretto inserimento. Purtroppo la conseguenza sarà un uso un po’ più massiccio di stucco da utilizzare sulle generose fessure presenti, e una paziente incisione del dettaglio di superficie che andrà inesorabilmente perso. La deriva non è stata interessata da particolari interventi, e anche se si adatta molto bene al suo alloggiamento, bisognerà in ogni caso stuccarne la base. A questo proposito ho agito come segue: per non rovinare le bellissime pannellature che sul dorso sono presenti in grande quantità, ho deciso di utilizzare nuovamente il Milliput. Ho quindi mescolato in parti uguali i due stick e modellato un salsicciotto che ho fatto aderire alla plastica e spinto ben bene negli interstizi. Fatto ciò, con una spugnetta leggermente bagnata, ho portato via il materiale in eccesso e lisciato con cura quello che era filtrato nel gap. Tra l’applicazione e la completa asciugatura sono intercorse circa sei ore, al termine delle quali il Milliput non ha ne ritirato ne diminuito il suo volume rimanendo perfettamente al suo posto.

DSC_3305

DSC_3293

Spulciando il Lock On – Verlinden mi sono accorto che gli esemplari italiani differiscono da tutti gli altri per un piccolo quanto appariscente particolare, un sensore RWR (Radar Warning) posto immediatamente sotto l’antenna ECM sul bordo di uscita dell’impennaggio verticale. Come già detto qualche riga più sopra, il modello è fondamentalmente un Gr.1 inglese, quindi la luce in questione non è riportata. Dopo un primo momento d’incertezza, ho deciso di procedere alla totale autocostruzione del pezzo utilizzando due segmenti di Rod Evergreen sezione semi-circolare da un 1 millimetro; foto alla mano, ho assottigliato la parte terminale della stessa, sagomato il resto con delle passate leggere di carta abrasiva e incollato il tutto con una goccia di ciano (che ci risparmierà anche l’ennesima stuccatura). Di certo non sarà un passaggio piacevole, ma con un po’ di pazienza e qualche aggiustamento si riuscirà a superare anche questo scoglio. Bellissimo il terminale di coda con gli scarichi, sembra quasi tratto da un set aftermarket! Anche lui soffre però di qualche problema di allineamento che dovrà essere sanato col solito ricorso al mastice, stando però sempre attenti a non rovinare le onnipresenti pannellature.

DSC_3303

DSC_3275

Apprezzabile la soluzione scelta dalla Revell per le luci di posizione installate nelle ali, che sono formate da due pezzi trasparenti. Prima di incollarli però, ho dipinto il fondo rispettivamente con del rosso per l’ala sinistra e del blu per quella destra. Questi sono poi stati raccordati con dell’Attack (che rimane comunque trasparente), lisciati e dopo lucidati con varie passate di pasta abrasiva fine della Tamiya. Prima di procedere oltre ho reputato necessario compiere qualche prova a secco per il corretto allineamento dei carrelli (consapevole che queste zone sono state soggette a varie modifiche), costatando infatti che la gamba dell’anteriore era più alta rispetto a quelle posteriori. Nulla di grave, una limata veloce ha riportato tutto allo stesso livello. Il parabrezza è stato montato in seguito alla fuel scope, ma in realtà questa scelta non si è rivelata opportuna creando qualche difficoltà per la stuccatura, data la distanza molto ravvicinata del windshield dalla sonda (montata in posizione chiusa, ma il kit offre la possibilità di mostrarla anche estratta). L’altro trasparente, il tettuccio, è stato migliorato con l’ausilio di plastirod tondo da 0,7 e 1 millimetro e un po’ di filo di rame molto sottile, per ricreare il complesso sistema di cavi e tubazioni poste al suo interno; Entrambe i vetrini sono stati immersi nella cera Future per esaltarne la trasparenza, e mascherati con il provvidenziale nastro Tamiya.

DSC_3297

DSC_3294

A questo punto mi sono dedicato un po’ alla scelta del tipo di armamento: sempre osservando la documentazione, si nota come i nostri Tornado montino solitamente una combinazione di due serbatoi ausiliari da 1500 litri, due pod distributori d’inganni passivi Philips BOZ 102, e due AIM-9L da autodifesa. Fino alla Guerra del Golfo del 1991, i nostri velivoli non avevano capacità di utilizzo delle Smart Bombs, e proprio durante il conflitto lo Stato Maggiore si rese conto della necessità di aggiornare lo standard operativo delle nostre macchine. Con gli ultimi MLU (Mid Life Update), oramai tutti gli esemplari in servizio possono impiegare bombe a guida laser, ed infatti sfogliando la monografia “Tornado” della Delta Editrice, ho trovato un’immagine in cui si vede un esemplare del 36° Stormo munito di due GBU-16 agganciate ai tralicci ventrali. La mia scelta è ovviamente caduta su questa configurazione, decidendo però di omettere i Sidewinder per non appesantire troppo la bellissima linea del nostro caccia bombardiere. Erroneamente, ho preferito non incollare subito i piloni sub alari per lavorare più tranquillamente, ma col senno di poi posso dire che disporli correttamente (e soprattutto perpendicolari) a verniciatura ultimata è davvero rischioso, oltre che scomodo. A questo punto il mio Tornado è pronto per ricevere la mimetica, ma una lucidata generale con pasta abrasiva e un lavaggio approfondito con acqua e sapone hanno preparato opportunamente il fondo.

DSC_3288

DSC_3284

Ed eccoci quindi alla fase che tutti i modellisti attendono con più smania: la verniciatura. Non nascondo che, da quando l’AMI si è uniformata allo standard bassa visibilità, sono diventato un fan accanito di questi schemi.. soprattutto perché mi permettono di sbizzarrirmi non poco con il weathering. Durante le mie ricerche in rete poi (la maggior parte compiute sul sito airlners.net), mi sono imbattuto in foto di esemplari con verniciature talmente logore e rovinate da esaltare tutti i miei pensieri e le mie “voglie modellistiche”! prima di procedere con il colore di base, ho dipinto in nero opaco i dielettrici delle antenne presenti su tutto il velivolo, più ovviamente il radome. I pozzetti dei carrelli e degli aerofreni (compresi i relativi portelloni) sono stati pitturati nel classico bianco opaco.  Ecco quindi come ho affrontato le successive fasi: sono partito dal Grey FS36270 della Gunze, che rappresenta il colore più somigliante al 36280 di ordinanza. L’ho quindi steso su tutto il modello, miscelandolo però con un buon 60% di bianco per schiarirlo e dare quell’effetto “cotto” che assume con l’invecchiamento (in pratica dovreste ottenere un bianco molto sporco). Al primo impatto potrà sembrarvi troppo chiaro, ma se avete un po’ di pazienza e continuate nella lettura capirete il perché della mia scelta.

DSC_3278

DSC_3292

Documentazione sott’occhio, ho notato che molti pannelli che sono aperti ed ispezionati più frequentemente, vengono spesso ridipinti – o sostituiti con dei nuovi – presentando una tinta fresca e più scura rispetto al resto. Per la cronaca, gli elementi più soggetti a questa pratica sono le prese d’aria, la pinnetta di raccordo posta alla base della deriva, gli sportelli dei vani avionica ai lati della fusoliera e il canopy. Ho quindi ricaricato l’aerografo con il 36270 “puro” stendendolo su tutti i rivestimenti menzionati, più qualche altro che potesse dare maggiore tridimensionalità al mio lavoro… seguendo però un certo criterio logico per non esagerare. A questo punto, con il colore di base non protetto da alcun trasparente, ho eseguito un lavaggio esteso con il Bruno Van Dyck diluito con acquaragia e ripetuto il procedimento più volte per evidenziare correttamente le pannellature e l’interno dei bellissimi vani in resina dell’Aires. Tecnicamente con questa procedura ho creato un “filtro”, cioè un oscuramento del colore su tutte le superfici allo scopo di elevare il contrasto per il successivo post – shading. Questo, infatti, è stato effettuato utilizzando 36270 ancor più desaturato ed estremamente diluito (quasi quanto la consistenza dell’acqua), per essere poi spruzzato a bassissima pressione solo all’interno dei pannelli per schiarirne il centro. Varie applicazioni susseguenti, ottenute con mano leggera e sfuggente, mi hanno permesso di regalare alla mia copia in scala un buon “volume”.

DSC_3308

Per ciò che riguarda il terminale di scarico e le piastre delle volate dei cannoni, ho utilizzato come fondo l’ottimo alluminio 11 dell’Humbrol cui ho aggiunto delle leggere velature in nero e in grigio (utilizzate un pigmento acrilico, altrimenti rischiate di sciogliere lo smalto di base) per simulare quelle zone più soggette alle alte temperature d’esercizio. L’unica raccomandazione, anche in questo caso, è di lavorare con coloro molti allungati e di non mascherare il metallo con nastri aggressivi che ne intaccano l’uniformità – usate piuttosto un post-it!  Ha seguito dry brush sempre in alluminio, sui petali degli scarichi e all’interno dei reattori. I caratteristici fumi dovuti agli inversori di spinta, li ho ottenuti spruzzando sulla deriva un mix di nero e grigio chiaro in strati successivi. Prima però, ho mascherato la placca in titanio sistemata dietro lo scarico della turbina dell’APU (Auxiliary Power Unit), poiché questa zona è spesso investita da un getto continuo d’aria che impedisce alle particelle combuste di “aggrapparsi” con facilità. Ad ogni modo ho poi uniformato questa’area con una leggera passata di nero opaco.  La verniciatura si è terminata con l’aggiunta delle luci di posizione delle prese d’aria, e dei sensori dell’antenna ECM dell’impennaggio dipinti in Radome Tan Gunze H-318 (o Humbrol 148).

DSC_3323

DSC_3326

Veniamo ora alle decalcomanie che, purtroppo, mi hanno creato più di qualche problema. Nel mio magazzino fogli avevo da qualche tempo l’articolo 72571 della Tauromodel che, oltre a fornire le insegne per esemplari in livrea Standard NATO e Operazione Locusta, ha al suo interno vari stemmi e codici a bassa visibilità. All’inizio della mia avventura ero fermamente convinto di voler riprodurre un aereo in carico al 36° Stormo di Gioia del Colle, ma quando ho analizzato più da vicino il prodotto della Tauro, mi sono reso conto che il fregio di reparto era totalmente errato. Per dovere di cronaca riporto che il corpo dell’aquila ha dei particolari in giallo e l’anello che la racchiude è in bianco, quando invece dovrebbe essere tutto in nero. La mia unica via d’uscita era dirottare la mia scelta su un Tornado del 50° Stormo (immediatamente scartata), o su di uno del 6° Stormo di Ghedi – quello dei famosi Diavoli Rossi. Permaneva in me più di qualche perplessità riguardante i numeri di carrozzella: quelli forniti infatti, presentano i bordi molto tratteggiati e, giustamente, il colore di riempimento assente. Dopo varie congetture e consultazioni di materiale fotografico (in particolare il volume “il 154° Gruppo Volo Diavoli Rossi” di P. Mazzardi ed E.Eusebi – Edizioni Rivista Aeronautica ed alcune mie diapositive), ho assodato che effettivamente i numeri portati dai Tornado sono suddivisi in tratti, ma che comunque quelli stampati dalla Tauro sono del tipo utilizzato durante il primo periodo dopo il passaggio al nuovo schema Lo-Viz;  Con le successive riverniciature effettuate nei propri reparti di appartenenza, lo stile di detti codici veniva modificato perdendo gran parte della tratteggiatura.  Cosa fare? Sinceramente, colto da un attacco di panico e sconforto, ho preferito lasciare tutto così com’era… in fondo non avevo altre alternative che  potessero risolvere l’inconveniente in poco tempo. Le imprecazioni non sono però finite lì, e infatti andando a posizionare le coccarde ho scoperto che il disco verde è sovradimensionato, ed “oscura” quasi del tutto la porzione bianca (tra l’altro posso dire che tutti i fogli più recenti della ditta torinese soffrono di questo grave difetto). Poco male, nonostante l’ennesima arrabbiatura, ho rimediato sottraendo i tricolori da altri aftermarket che avevo in precedenza acquistato. Lamentele a parte, le decal sono sottili e dall’alto potere adesivo; se preparate bene il fondo con tre o quattro mani di trasparente lucido e utilizzate correttamente i liquidi Microscale eviterete di certo l’anti estetico silvering. Ricca anche la dotazione di stencil, anche se io ho preferito usarne solo alcuni e tralasciare la maggior parte delle walk – way. Ho collocato solamente quelle delle prese d’aria poiché sono le uniche che si vedono più spesso nelle foto e, in effetti, è una delle zone maggiormente calpestate sia dai navigatori (che s’infilano nella loro postazione), che dagli specialisti (che aiutano i WSO ad allacciare le cinture e a iniziare le procedure). Prima di sigillare le decalcomanie con il trasparente opaco, ho “spento” e uniformato le stesse spruzzandoci sopra la tinta di base.

DSC_3270

Per completare il mio lavoro, ho dovuto creare una piccola antenna a cono da disporre ventralmente (ricavata sagomando un tondino di rod diametro 1,4 mm.), aggiungere la luce di posizione rossa sul dorso tratta dal set della CMK n°011, incollare le due antennine a lama del sistema IFF (Identification Friend or Foe) davanti al parabrezza, inserire le gambe di forza dei carrelli (ricordatevi che quella anteriore è ruotata di qualche grado verso il muso), e aggiungere gli specchietti retrovisori foto incisi della True Detail. Che altro dire? Bè… buon modellismo a tutti!

Seguite il nostro Group Build Tornado sul forum!

DSC_3336

Tabella corrispondenza colori:

Colore

Federal Standard

Gunze

Tamiya

Humbrol

Model Master

Grey

36270

H-306

XF-20

Hu.126

1721

Dark C. Grey

36320

H-307

Hu.128

1741

Radome Tan

33613

H-318

Hu.148

1709

Foto del montaggio:

CIMG2651 CIMG2654 CIMG2668 CIMG2673 CIMG2679 CIMG2685 CIMG2688 CIMG2693 CIMG2699 CIMG2701 CIMG2702 CIMG2704 CIMG2708 CIMG2724 CIMG2728 CIMG2729 CIMG2738 CIMG2748 CIMG2749 CIMG2752 CIMG2757

Tornado Walkaround:

Tornado013 Tornado008 Tornado015 Tornado023 Tornado025 Tornado026 Tornado027 Tornado028 Tornado029 Tornado030 Tornado031 Tornado032 Tornado034 Tornado035 Tornado038 Tornado039 Tornado040 Tornado041 Tornado042 Tornado043 Tornado044 Tornado046 Tornado047 Tornado048 Tornado045 Tornado048

2 COMMENTI

  1. […] L’oggetto delle mie attenzioni si è rivolto al kit Revell in scala 1/72 credo il migliore in questa scala (a parte un paio di peccati qua e la che se evitati in fase di progettazione avrebbero potuto veramente darci il “non plus ultra”). E’ proprio però per uno di questi “peccatucci” che alla fine mi hanno fatto optare per una rappresentazione un po’ particolare e “movimentata”. Tra l’altro la scatola di montaggio oggetto di questo articolo è stata già presa in esame nelle pagine di Modeling Time: questo il LINK! […]

Rispondi